Sanità di prossimità: in Italia gli ospedali sono intasati e il territorio resta senza rete
L’Europa, diversamente dall’Italia, ha costruito una sanità territoriale capace di filtrare, accompagnare e prevenire. Il “Bel Paese”, invece, continua a inseguire l’emergenza. È questa, in sintesi, la diagnosi di Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up, che ha presentato oggi a Roma i risultati di un’indagine sulla sanità di prossimità nel nostro Paese.
Il quadro che emerge è preoccupante: l’Italia sconta un ritardo strutturale rispetto ai principali modelli europei, con ricadute dirette sulla qualità delle cure, sulla gestione delle cronicità e sulla sostenibilità economica dell’intero sistema.
Il pronto soccorso come unica porta d’ingresso.
Nei Paesi del Nord Europa, Danimarca, Paesi Bassi e Norvegia, il primo accesso alle cure non passa dal pronto soccorso. Una rete di cure primarie attiva anche fuori dall’orario tradizionale gestisce tra il 70% e l’80% dei casi a bassa complessità, con triage, medicazioni e follow-up immediato. Il risultato, secondo i dati OCSE, è una riduzione degli accessi impropri al pronto soccorso del 25-30%.
In Italia questo filtro non esiste. I codici minori continuano a riversarsi sull’emergenza-urgenza, con effetti devastanti sui tempi di attesa, sul carico di lavoro degli infermieri e sulla gestione dei casi critici. “Una rete senza filtro che trasforma gli ospedali in imbuti”, denuncia De Palma.
Dimissioni nel vuoto: il nodo della continuità assistenziale.
Il problema non riguarda solo l’accesso, ma anche l’uscita dall’ospedale. Nei modelli europei più avanzati, la dimissione è un processo pianificato almeno 48 ore prima, con una presa in carico immediata sul territorio. Le strutture intermedie non sono mini-ospedali, ma nodi di stabilizzazione inseriti in un percorso continuo. Questo approccio, secondo la letteratura internazionale, riduce le riammissioni entro 30 giorni del 15-20%.
In Italia il passaggio resta spesso discontinuo: il paziente dimesso non trova una rete pronta ad accoglierlo e il rischio di un cortocircuito assistenziale è concreto, come confermano i monitoraggi Agenas.
La cronicità: una domanda che cresce più del sistema.
Il ritardo italiano si fa ancora più evidente nella gestione delle patologie croniche. Nei Paesi del Nord Europa il modello è proattivo: il paziente viene monitorato a domicilio nel tempo, le riacutizzazioni vengono intercettate prima che diventino emergenze, con risparmi sui costi fino al 20%. In Italia il sistema resta prevalentemente reattivo.
I numeri, dunque, rendono la sfida ancora più urgente ma, vista la risposta politica, qualsiasi tentativo non sarà sostanziale: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, oltre il 57% degli over 65 presenta almeno una patologia cronica. Gli anziani sopra i 65 anni rappresentano già il 24,5% della popolazione italiana (Eurostat), gli ultraottantenni superano i 4,5 milioni, e le proiezioni della Commissione Europea indicano che entro il 2030 la quota over 65 si avvicinerà al 30%.
175mila infermieri mancanti e un sistema medico-centrico.
Al centro di tutto c’è una carenza di personale che è però solo la punta di un iceberg. L’Italia ha un fabbisogno cronico di 175mila infermieri rispetto agli standard europei e di oltre 20mila infermieri di famiglia indicati dall’Agenas. Ma il problema, sottolinea De Palma, non è solo quantitativo: è strutturale.
Il rapporto infermieri/medici in Italia si attesta tra 1,3 e 1,5, contro una media europea tra 2,2 e 2,7 (OCSE). Questo squilibrio riflette un’impostazione ancora fortemente medico-centrica che concentra le risorse sui livelli più costosi dell’assistenza, utilizzando personale ad alta specializzazione anche per bisogni a bassa complessità. Il risultato è un deficit organizzativo ed economico strutturale.
Un Paese a due velocità, con il fallimentare PNRR ancora da completare.
A questo si aggiunge un divario territoriale profondo. La mobilità sanitaria interregionale ha superato i 5 miliardi di euro annui, con un flusso prevalente dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord e oltre il 90% del saldo attivo concentrato in poche regioni settentrionali. La rinuncia alle cure riguarda oltre il 9% della popolazione italiana, con i bisogni insoddisfatti più elevati nel Sud.
Sul fronte del PNRR, le analisi della Fondazione GIMBE evidenziano criticità nell’attuazione della Missione Salute e una forte disomogeneità tra regioni. I dati Agenas confermano ritardi nell’attivazione dei servizi e nella piena integrazione ospedale-territorio. Il rischio concreto, avverte il Nursing Up, è che l’infrastruttura venga costruita senza un modello organizzativo in grado di farla funzionare.
