Salute mentale, un ragazzo su cinque cerca aiuto dall’intelligenza artificiale
Non un amico, non uno psicologo, non un genitore. Un chatbot. È a questa presenza digitale, disponibile a qualunque ora e priva di giudizio, che un adolescente su cinque si rivolge quando il peso del disagio mentale diventa troppo grande da portare da soli. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista JAMA Pediatrics e condotto dai ricercatori del Mass General Brigham di Boston e della Harvard Medical School , due delle istituzioni scientifiche più autorevoli al mondo , che per la prima volta quantifica con dati precisi un fenomeno già intuito ma finora difficile da misurare.
Il dato principale è inequivocabile: nel 2025, il 19,2% degli adolescenti e dei giovani adulti ha dichiarato di aver utilizzato chatbot basati sull’intelligenza artificiale per ricevere consigli sulla propria salute mentale. Non un’esperienza isolata o curiosa, ma un’abitudine consolidata: il 42,8% di chi si è rivolto a questi strumenti lo ha fatto almeno una volta al mese. E quasi tutti , il 91,7% , hanno giudicato i consigli ricevuti abbastanza o molto utili.
Ma il dato forse più significativo, e più inquietante, riguarda il silenzio che circonda questa pratica: il 63,3% dei giovani che usano i chatbot per ragioni di salute mentale non ne ha parlato con nessuno. Né con i genitori, né con un medico, né con un amico. Una confidenza affidata a una macchina, tenuta nascosta al mondo reale.
Le ragazze cercano aiuto il doppio dei ragazzi.
La ricerca mette in luce anche una marcata differenza di genere. Le giovani si rivolgono ai chatbot per questioni di salute mentale con una frequenza doppia rispetto ai coetanei maschi, un dato che rispecchia la maggiore propensione femminile a cercare supporto emotivo, ma che solleva anche interrogativi sulla qualità e l’adeguatezza di quello che trovano dall’altra parte dello schermo.
Gli autori dello studio sottolineano che la rapida espansione dei chatbot coincide con una persistente crisi di salute mentale giovanile che attraversa il mondo occidentale , ansia, depressione, solitudine, senso di inadeguatezza amplificati dalla pressione dei social media e aggravati dalle cicatrici lasciate dalla pandemia. In questo contesto, i chatbot stanno riempiendo un vuoto che le strutture tradizionali di cura e supporto non riescono a coprire: liste d’attesa infinite, costi proibitivi, stigma sociale, difficoltà a parlare con gli adulti di riferimento.
Il risultato è che l’intelligenza artificiale è già, di fatto, integrata nell’ecosistema informativo sulla salute mentale di milioni di giovani. Non come alternativa consapevole e scelta alla psicoterapia, ma come prima , e spesso unica , porta a cui bussare.
La ricerca non demonizza il fenomeno, ma invita a guardarlo con occhi aperti. I chatbot possono offrire un primo punto di contatto accessibile e privo di stigma, abbassare la soglia di accesso al supporto emotivo, aiutare i giovani ad articolare ciò che provano prima di parlarne con qualcuno. Ma non sono terapeuti, non sono formati per gestire crisi acute, non possono sostituire una relazione umana di cura.
Il rischio concreto è che diventino un sostituto comodo che ritarda o impedisce l’accesso a cure basate sull’evidenza scientifica , proprio per quei giovani che ne avrebbero più bisogno. E il fatto che quasi due terzi di loro tengano nascosto questo utilizzo suggerisce che il dialogo tra generazioni su questi temi è ancora troppo difficile, troppo carico di imbarazzo e incomprensione reciproca.
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