Salute mentale dei giovani: l’Ue fa poco e niente
Esiste un documento. Si chiama “Health and wellbeing in the age of artificial intelligence”, lo ha pubblicato il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo nel maggio 2026, e contiene tutto quello che i legislatori europei sanno, e hanno messo nero su bianco, sui rischi dell’intelligenza artificiale per la salute mentale di bambini e giovani. Dipendenza emotiva, contenuti dannosi, isolamento sociale, pensieri autolesionistici. C’è persino il caso di un uomo belga morto suicida dopo settimane di interazioni intense con un chatbot.
Il rapporto dell’EPRS, realizzato dall’esperto Laurence Amand-Eeckhout, non usa giri di parole: i giovani che usano chatbot come compagni emotivi rischiano una “dipendenza emotiva”, “pensiero delirante” e, nei casi più gravi, “ideazione suicidaria”. Uno studio del 2025 citato nel documento stabilisce che i chatbot “generalmente non sono attrezzati per fornire una risposta clinica adeguata” e possono, in certi casi, “aggravare una crisi di salute mentale”.
Non sono ipotesi. Non sono speculazioni di qualche attivista anti-tecnologia. Sono conclusioni di ricerca inserite in un briefing ufficiale del Parlamento Europeo.
Eppure il 63,8% dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni usa già strumenti di IA generativa. E secondo i dati Eurostat, nel 2022, prima che i chatbot diventassero di massa, 5.017 giovani tra i 15 e i 29 anni sono morti suicidi nell’Unione Europea. Un numero che rischia di diventare un confronto impietoso nei prossimi anni di rilevazione.
Il documento europeo descrive con precisione il meccanismo della trappola: i chatbot si presentano come “interlocutori sempre disponibili, empatici e pazienti”. È esattamente il vuoto che vanno a riempire, quello lasciato da famiglie assenti, servizi sanitari inaccessibili, scuole impreparate.
Ma un’altra ricerca del 2026, anch’essa citata nel rapporto, demolisce anche l’ultimo alibi tecnologico: la capacità di questi strumenti di alleviare la solitudine “è di gran lunga inferiore a quella di una semplice conversazione testuale con un perfetto sconosciuto”. Non servono miliardi di parametri e server farm alimentati a carbone per battere una chat con un essere umano qualunque. Eppure i giovani scelgono il chatbot. Perché l’essere umano qualunque non c’è.
Big Tech: il profitto costruito sulla vulnerabilità.
Il rapporto europeo lo ammette, con il linguaggio prudente dei funzionari: i sistemi di IA possono mettere in atto “pratiche manipolative” e sfruttare le “vulnerabilità psicologiche”. L’EU AI Act le classifica come rischi inaccettabili. Ma classificare un rischio non è la stessa cosa che eliminarlo.
Nel frattempo, le aziende tecnologiche continuano a sviluppare companion AI sempre più sofisticati, progettati esplicitamente per creare legami emotivi profondi. Il mercato globale dell’IA per la salute mentale vale miliardi. I loro utenti più fedeli, quelli che tornano ogni giorno, che condividono le loro paure più intime, che costruiscono dipendenze, hanno spesso quindici anni.
Nessuna legge in vigore oggi impone a queste aziende di dimostrare che i loro prodotti non danneggiano psicologicamente i minori prima di metterli sul mercato. L’onere della prova è, come sempre, ribaltato: tocca alle vittime dimostrare il danno.
Le istituzioni: piani d’azione contro l’urgenza.
La Commissione Europea ha pubblicato linee guida nel febbraio 2025 sulle pratiche AI vietate. Nel luglio 2025 ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori nel Digital Services Act. Nel febbraio 2026 ha adottato un piano d’azione contro il cyberbullismo. Il Parlamento Europeo, il 30 aprile 2026, ha approvato una risoluzione. Linee guida. Piani d’azione. Risoluzioni. Briefing.
Nel frattempo, un adolescente italiano su due usa i chatbot per parlare di sé. Il 40% ammette di sviluppare legami emotivi con gli assistenti digitali. Il 40% non verifica mai se le risposte ricevute siano corrette. Il 30% crede che quelle conversazioni siano private.
Il sistema sanitario: il grande assente.
Il rapporto europeo lo riconosce, seppur indirettamente: l’IA può servire come “primo punto di contatto” per chi affronta “barriere come costi, stigma o lunghe liste d’attesa”. Traduzione: i chatbot prosperano esattamente dove il servizio sanitario pubblico ha abdicato.
In Italia uno psicologo nel pubblico si aspetta mesi. Nel privato si spendono cifre che la maggior parte delle famiglie non può permettersi. Il bonus psicologo esiste, ma è una toppa su una ferita aperta. Non c’è nessun piano strutturale, nessun investimento serio nella salute mentale giovanile, nessuna rete di supporto capillare e gratuita per adolescenti in crisi.
E allora il chatbot non è il problema. È la soluzione di chi non ha trovato altro.
Il briefing dell’EPRS si chiude con un appello alla “supervisione umana robusta”, a “salvaguardie forti” e alla necessità di “mantenere la connessione umana e la cura al centro”. Parole giuste. Necessarie. E, per ora, largamente disattese.
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