10 Agosto 2026
Sardegna

RSA, migliaia di infezioni in Italia: dall’ISS una “cassetta degli attrezzi” per prevenirle

Nelle RSA italiane migliaia di residenti convivono con un’infezione correlata all’assistenza (ICA), in molti casi resistente agli antibiotici, ma che in buona parte potrebbe essere prevenuta con un pacchetto di misure mirate. A tracciare una fotografia della situazione e a mettere a punto una vera e propria “cassetta degli attrezzi” per operatori, pazienti e istituzioni è stato il progetto CCM “La tutela della salute nelle strutture residenziali sociosanitarie: un impegno condiviso per prevenire e controllare le infezioni correlate all’assistenza”, finanziato dal ministero della Salute.

“Il progetto ha messo in luce diversi aspetti da migliorare per affrontare il problema, e mette a disposizione strumenti condivisi e validati scientificamente”, ha spiegato Silvio Brusaferro, ordinario di Igiene Generale ed Applicata dell’Università di Udine, che ha coordinato lo studio. “Uno dei problemi principali è quello della tassonomia: con il termine RSA si identificano realtà molto diverse tra loro per dimensioni e intensità di cura. La frammentazione degli approcci rende difficile garantire standard minimi omogenei in tutto il Paese, e anche proporre raccomandazioni per tipologia di struttura”.

Un settore frammentato e distribuito in modo diseguale.

“Il settore copre una vastissima area di assistenza del sistema sanitario e sociale, con dimensioni più che doppie rispetto agli ospedali per acuti, 7 posti letto ogni mille abitanti contro 3, ma appare estremamente frammentato dal punto di vista tassonomico, normativo, organizzativo e degli standard assistenziali”, spiegano Enrico Ricchizzi, epidemiologo della Regione Emilia-Romagna, e Giancarlo Ripabelli, ordinario di Igiene all’Università del Molise. Anche la distribuzione sul territorio nazionale risulta diseguale, con il Sud che dispone di un numero di posti letto nettamente inferiore rispetto ad alcune aree del Nord.

I numeri dell’indagine HALT.

L’indagine sulla prevalenza delle ICA e sull’uso di antimicrobici, denominata HALT e giunta alla quarta edizione, è stata condotta nel 2024 su un campione nazionale di 470 strutture e 31.670 residenti. Il giorno dell’indagine, il 2,6% dei residenti presentava almeno un’infezione correlata all’assistenza, un dato in calo rispetto alla rilevazione precedente del 2017, con le infezioni urinarie (37,8%) e respiratorie (33,3%) tra le più frequenti. Novecentoquindici residenti, pari al 2,9% del campione, risultavano in trattamento con antimicrobici, principalmente penicilline, cefalosporine e fluorochinoloni. Preoccupante il dato sulla resistenza: il 46,2% dei microrganismi monitorati è risultato resistente ad almeno una classe di antibiotici. Il report completo è disponibile sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità.

“L’indagine di prevalenza ha costituito un’occasione per condividere con tutte le Regioni non soltanto dati descrittivi della nostra realtà nazionale, ma anche una modalità di raccolta e archiviazione dei dati, con particolare attenzione all’eticità e alla protezione dei dati, e all’uso di un protocollo condiviso per rendere confrontabili i dati regionali e locali”, ha spiegato Carla Zotti, docente di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Torino.

I fattori di rischio nelle strutture.

Secondo Fabrizio Gemmi, coordinatore dell’Osservatorio per la Qualità ed Equità dell’Agenzia regionale di sanità della Toscana, accanto ai fattori individuali il rischio infettivo nelle RSA è amplificato da caratteristiche organizzative specifiche: la vita in gruppo, la degenza prolungata, il rapido turnover del personale, il coinvolgimento di operatori non sanitari regolamentati, la frequente immunocompromissione dei residenti e l’uso diffuso di dispositivi invasivi. A questo si aggiunge il fenomeno della cosiddetta “porta girevole”, il frequente trasferimento di pazienti tra ospedali e strutture di lungodegenza, che gioca un ruolo determinante nella diffusione delle infezioni.

Il progetto ha inoltre sviluppato un sistema pilota di monitoraggio basato sui flussi amministrativi correnti, che descrive il carico infettivo e la circolazione dei patogeni resistenti sfruttando l’integrazione dei dati già presenti nelle reti del Servizio Sanitario Regionale. Su questa base è stato costruito un set di indicatori standardizzati, riferiti alla rete territoriale delle RSA collegate a uno stesso ospedale di riferimento. “È proprio l’identificazione di questa rete che può permettere di garantire interventi omogenei e coordinati di prevenzione e controllo delle infezioni”, ha sottolineato Caterina Rizzo, ordinaria di Igiene Generale e Applicata. Nell’ambito del programma sono stati condotti anche 18 focus group con 77 tra responsabili organizzativi e professionisti sanitari, da cui sono emerse le principali criticità operative e i possibili interventi di miglioramento.

Gli strumenti a disposizione degli operatori.

Il progetto, coordinato dall’Università di Udine con il coinvolgimento di cinque Regioni, cinque università e l’Istituto Superiore di Sanità, ha prodotto una serie di strumenti pratici. Il manuale destinato agli operatori delle strutture affronta diverse aree tematiche: sicurezza e protezione individuale, gestione dei dispositivi invasivi, gestione ambientale e degli impianti, sorveglianza e gestione degli focolai epidemici, prevenzione delle infezioni da microrganismi multiresistenti, formazione del personale e coinvolgimento di residenti e familiari.

“La realizzazione del Manuale nasce dall’esigenza di colmare la carenza di linee guida e raccomandazioni specifiche per il setting delle RSA, con l’obiettivo di offrire a tutti gli operatori ,sanitari, assistenziali, gestionali e direzionali, un testo di consultazione capace di guidare la pratica quotidiana verso un approccio uniforme, basato sulle evidenze scientifiche”, ha spiegato Antonella Agodi, docente dell’Università di Catania.

Sul fronte della formazione, sono stati realizzati due corsi a distanza ,uno per i risk manager, l’altro per gli operatori sanitari e sociosanitari delle RSA , seguiti finora da oltre 10mila professionisti e rivisti anche grazie a una survey a cui hanno partecipato volontariamente più di 4.500 persone.

“La letteratura indica che l’implementazione sistematica di misure di prevenzione e controllo delle infezioni può ridurre significativamente l’incidenza delle ICA, fino al 50%, confermando il valore di interventi strutturati e continuativi, tra cui proprio la formazione, come raccomandato da OMS ed ECDC”, ha concluso Paolo D’Ancona, responsabile del progetto per l’Istituto Superiore di Sanità. “Le ICA rappresentano una delle principali cause di eventi avversi nei servizi sanitari e costituiscono un rilevante problema di sanità pubblica, con importanti ricadute in termini di morbosità, mortalità e impatto economico sui sistemi di cura.”

foto islandworks da Pixabay.com