RRF, la corsa contro il tempo: 172 miliardi ancora da spendere entro fine 2026
Il conto alla rovescia è iniziato. Il Recovery and Resilience Facility, il grande strumento varato nel 2021 per rilanciare le economie europee dopo la pandemia, sta per chiudere i battenti, e la partita finale si gioca tutta nei prossimi mesi. Dei fondi complessivi disponibili tra sovvenzioni e prestiti, oltre 405 miliardi sono già stati erogati agli Stati membri. Ne restano circa 172: per incassarli, i Paesi europei dovranno completare tutti i traguardi e gli obiettivi previsti dai rispettivi piani nazionali entro il 31 agosto 2026. Dopodiché, non ci sarà una seconda possibilità.
A scandire i tempi dell’uscita di scena è la Commissione europea, che il 4 maggio scorso ha pubblicato le linee guida operative per la fase di chiusura dell’RRF. Il documento fissa un calendario serrato e introduce regole più severe per chi non dovesse rispettare gli impegni presi.
La prima scadenza critica è già alle porte: gli Stati membri che intendono richiedere modifiche ai propri piani nazionali devono farlo entro il 31 maggio 2026. Il Consiglio, infatti, non potrà adottare nessuna revisione dopo il 31 agosto e i tempi tecnici per istruttoria e approvazione rendono il margine già strettissimo. Chi non presenterà la richiesta in tempo dovrà fare i conti con i traguardi originari, anche se nel frattempo le circostanze sono cambiate.
Le regole per i ritardatari si fanno più dure avvicinandosi alla chiusura. Fino ad agosto, uno Stato membro che non ha raggiunto un obiettivo ha sei mesi di tempo per adottare misure correttive. Ma dopo il 31 agosto questo margine svanisce: la Commissione non applicherà più la procedura di sospensione, passando direttamente a quella di riduzione, che comporta un taglio permanente e definitivo dei fondi legati alla parte non realizzata del piano. Chi ha già incassato risorse sulla base di obiettivi poi non mantenuti rischia inoltre di dover restituire quanto ricevuto.
Le richieste di pagamento finale dovranno essere presentate entro il 30 settembre 2026, corredate da dichiarazioni di gestione, sintesi di audit e tutta la documentazione di supporto. La Commissione avrà poi due mesi per una valutazione preliminare, con l’obiettivo di adottare le decisioni definitive di pagamento entro il 18 dicembre 2026 ed erogare tutto entro il 31 dicembre.
Il Parlamento europeo aveva già suonato il campanello d’allarme nella sua risoluzione del giugno 2025, segnalando che i tempi residui erano insufficienti per completare riforme complesse e grandi investimenti infrastrutturali, e invocando una proroga di diciotto mesi per i progetti più maturi. La richiesta non è stata accolta: la scadenza rimane quella del 2026, e i fondi non spesi saranno definitivamente disimpegnati.
Dopo il 31 dicembre, il Facility chiuderà operativamente, ma non del tutto. Gli Stati membri dovranno conservare tutta la documentazione relativa ai risultati conseguiti fino almeno al 31 dicembre 2031, e la rendicontazione sugli indicatori comuni continuerà fino a febbraio 2028 per supportare la valutazione finale del programma. Un’eredità amministrativa che accompagnerà a lungo i bilanci nazionali, ben oltre la fine formale dello strumento.
