Retorica americana e nuove corazzate.
L’annuncio del presidente Donald J. Trump sullo sviluppo di una nuova classe di corazzate statunitensi non è soltanto una notizia di carattere militare. È anche un segnale politico e culturale che, visto dall’Europa, impone una riflessione più ampia sul rapporto con gli Stati Uniti e sull’immagine che per decenni ne abbiamo costruito.
Per oltre ottant’anni noi europei abbiamo idealizzato l’America: i liberatori del secondo dopoguerra, i garanti della sicurezza occidentale, il centro propulsore del capitalismo moderno, dell’innovazione e – almeno nella narrazione – di un ordine internazionale fondato su regole condivise. Un mito comprensibile, nato dalle macerie della guerra e alimentato dalla Guerra fredda, ma che oggi appare sempre più distante dalla realtà.
La decisione di puntare su una nuova classe di gigantesche corazzate, ribattezzate Trump-class, va letta proprio in questa chiave. Non si tratta solo di tecnologia avanzata, missili ipersonici, railgun e armi laser. È l’affermazione di una visione del mondo che ruota attorno a pochi pilastri ben riconoscibili: egemonia globale, primato nazionale, centralità dell’apparato militare e una retorica identitaria che richiama simboli profondamente americani. Patria, esercito e baseball – più che multilateralismo, diplomazia e leadership condivisa.
Nel linguaggio utilizzato dall’amministrazione, la nuova “flotta dorata” non nasconde l’obiettivo di riaffermare una supremazia navale totale. Le parole del presidente e dei suoi collaboratori evocano potenza, deterrenza, forza offensiva. È un’America che non si percepisce come parte di un equilibrio globale, ma come il perno attorno a cui tutto deve ruotare.
Per l’Europa, questo rappresenta una presa d’atto scomoda ma necessaria. Dopo decenni di affidamento strategico e di fascinazione culturale, emerge con chiarezza che gli Stati Uniti non sono – e forse non lo sono mai stati – il “custode benevolo” dell’ordine mondiale. Sono una nazione che, coerentemente con la propria storia, persegue i propri interessi attraverso una strategia di potenza, senza particolare nostalgia per il ruolo di guida morale che le è stato attribuito da altri.
L’America resta una superpotenza, ma è una superpotenza che parla soprattutto a se stessa. Sta a noi, oggi, decidere se continuare a guardarla con gli occhi del dopoguerra o iniziare finalmente a osservarla per ciò che è.
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