Reti colabrodo: il 42% dell’acqua potabile finisce dispersa. Un danno da 9,8 miliardi. In Sardegna dispersione del 52,8%
Mentre l’estate torrida riporta puntualmente la siccità al centro della cronaca, l’Italia continua a disperdere quasi la metà dell’acqua potabile che immette nelle proprie reti di distribuzione. Secondo l’ultima analisi dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il 42,4% dell’acqua immessa nelle condotte comunali va persa prima di arrivare nei rubinetti delle abitazioni, per un totale di 157 litri sprecati ogni giorno per ciascun italiano. Un fenomeno che nel 2022 , ultimo anno per cui sono disponibili i dati Istat , ha generato un danno economico stimato in 9,8 miliardi di euro.
Un problema noto da decenni e mai risolto.
Nonostante anni di campagne elettorali, promesse e proclami sulla necessità di ammodernare le infrastrutture idriche nazionali, gli interventi strutturali sono rimasti in gran parte sulla carta. Il risultato è una rete che, di fatto, non riesce a trattenere l’acqua che dovrebbe trasportare: non un’emergenza imprevista, denuncia la CGIA, ma “la cronaca annunciata di un Paese che gestisce l’acqua come se fosse infinita e poi si sorprende quando non lo è”.
L’Italia, primo consumatore d’acqua in Europa.
Il paradosso è che l’Italia non solo spreca molta acqua, ma ne preleva anche più di chiunque altro nell’Unione Europea. Nel 2023 il prelievo idrico totale nel nostro Paese è stato pari a 36,5 miliardi di metri cubi, ben oltre la Spagna (quasi 33 miliardi) e la Francia (26 miliardi). Quasi metà di questo volume , il 49% , è destinato all’agricoltura, il 23% agli usi civili, il 18% all’industria e il 10% alla produzione di energia elettrica. Anche nei consumi agricoli e industriali l’Italia detiene il primato europeo.
Basilicata, Abruzzo e Sardegna le regioni più colpite.
A livello regionale, la fotografia delle perdite idriche disegna un Paese profondamente spaccato. Sul podio negativo si piazza la Basilicata, dove il 65,5% dell’acqua immessa in rete non arriva a destinazione, seguita dall’Abruzzo (62,5%) e dal Molise (53,9%). Subito dopo compare la Sardegna, con una dispersione del 52,8%, e la Sicilia (51,6%).
All’estremo opposto, le regioni più virtuose sono la Lombardia (31,8%), la Valle d’Aosta (29,8%) e l’Emilia-Romagna, che con il 29,7% si conferma il territorio con la rete idrica meno colabrodo d’Italia.
Potenza, Chieti e L’Aquila maglia nera tra i capoluoghi.
Scendendo al livello dei singoli Comuni capoluogo, il quadro si fa ancora più netto. A Potenza va perso il 71% dell’acqua immessa in rete, il valore più alto d’Italia. Seguono Chieti (70,4%), L’Aquila (68,9%), Latina (67,7%) e Cosenza (66,5%). Tra le grandi città del Sud non mancano però esempi virtuosi: a Trapani la dispersione si ferma al 17,2%, a Brindisi al 15,7% e a Lecce al 12%, un valore persino migliore di quello registrato a Milano.
Sul fronte opposto della classifica, Como risulta la città più efficiente d’Italia con appena il 9,2% di perdite, seguita da Pavia (9,4%), Monza (11%), Pordenone (12,1%) e Milano (13,4%).
Il conto economico: 9,8 miliardi, il Lazio il più penalizzato.
Applicando ai volumi di acqua persa (3,876 miliardi di metri cubi nel 2022) il prezzo medio per metro cubo rilevato da Cittadinanza Attiva, la CGIA stima un costo complessivo per l’Italia di 9,8 miliardi di euro l’anno. A pagare il conto più salato è il Lazio, con perdite stimate in 1,5 miliardi di euro, seguito da Sicilia e Lombardia, entrambe oltre il miliardo. Per la Sardegna il costo stimato delle perdite si attesta a 436 milioni di euro.
Le imprese pagano il prezzo più alto.
La crisi idrica non è solo un problema domestico. Dopo agricoltura, allevamento e turismo, a risentirne sono sempre di più anche le micro e piccole imprese manifatturiere che dipendono in modo massiccio dall’acqua nei loro processi produttivi: dal settore estrattivo al tessile, dal petrolchimico al farmaceutico, fino a gomma, vetro, ceramica, cemento e lavorazione dei metalli. Si tratta spesso di realtà di piccole dimensioni, con margini ridotti e scarsa capacità di investire in tecnologie per il risparmio idrico , le prime, secondo gli operatori del settore, a subire i razionamenti quando l’acqua scarseggia.
La soluzione? Recuperare l’acqua piovana e investire sulle infrastrutture.
Oggi in Italia si recupera appena il 10% circa dell’acqua piovana, una percentuale che la CGIA giudica insufficiente per affrontare un’emergenza che si ripresenta puntuale ogni estate. A risentirne, oltre alle famiglie, sono anche molte attività artigiane , autolavaggi, laboratori alimentari, imprese di pulizia, acconciatori, caseifici, lavanderie , spesso tra le prime a subire disagi in caso di razionamento.
Per la CGIA serve un intervento deciso sulla rete di distribuzione e la realizzazione di nuove infrastrutture , vasche di laminazione, trincee drenanti, invasi, grandi adduzioni , perché, in un clima che cambia, “ogni goccia che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per l’economia del territorio”. La conclusione dello studio è netta: serve un piano infrastrutturale serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire subito, non domani.
Foto di Archer Mechanical da Pixabay.com
