17 Marzo 2026
PoliticaSardegna

Referendum sulla riforma della giustizia del 22-23 marzo 2026: cosa prevede e perché è importante

Il 22 e 23 marzo 2026 gli elettori italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su un referendum confermativo riguardante la riforma della giustizia. Si tratta di una consultazione prevista dall’articolo 138 della Costituzione: in questo caso i cittadini sono chiamati a decidere se confermare o respingere una legge costituzionale già approvata dal Parlamento. A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto un quorum: il risultato dipenderà esclusivamente dai voti espressi. Votare “SÌ” significa approvare definitivamente la riforma, mentre votare “NO” comporta il mantenimento dell’assetto attuale.

La riforma interviene soprattutto sull’organizzazione della magistratura e sull’equilibrio tra le diverse funzioni esercitate dai magistrati. Uno dei punti centrali riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Nel sistema attuale, entrambe le figure appartengono allo stesso ordine e, pur con alcuni limiti, è possibile passare nel corso della carriera da funzioni requirenti a funzioni giudicanti. La riforma propone invece una distinzione più netta, creando percorsi professionali separati e autonomi.

Secondo i sostenitori del cambiamento (i sostenitori del sì), ciò garantirebbe una maggiore imparzialità del giudice rispetto all’accusa, mentre chi si oppone (i promotori del no) teme che la separazione possa ridurre l’indipendenza del pubblico ministero e modificare gli equilibri consolidati del sistema giudiziario.

Un altro punto rilevante riguarda gli organi di autogoverno della magistratura. Attualmente giudici e pubblici ministeri fanno riferimento allo stesso organismo, il Consiglio Superiore della Magistratura (il CSM). La riforma prevede invece la creazione di strutture distinte, con l’obiettivo dichiarato di rendere più chiara la divisione delle funzioni e rafforzare la specializzazione dei due ruoli. Anche su questo aspetto le opinioni sono divergenti: per alcuni si tratta di un passo verso una maggiore chiarezza istituzionale (sì), per altri rappresenta il rischio di frammentare il sistema (no).

Tra le novità più discusse figura inoltre l’istituzione di una Corte disciplinare di rango costituzionale, che avrebbe il compito di occuparsi dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. Oggi queste funzioni sono svolte in larga parte dal CSM; la riforma, sostengono i promotori del sì, punta a creare un organismo separato, con l’intenzione di rafforzare trasparenza e autonomia delle decisioni disciplinari. I promotori ritengono che questa soluzione possa aumentare l’efficacia dei controlli interni, mentre le voci critiche sottolineano il timore che il nuovo assetto possa complicare il funzionamento complessivo del sistema.

In termini più generali, la riforma mira a ridefinire l’ordinamento giurisdizionale e i rapporti tra le diverse componenti della magistratura, intervenendo su norme di rango costituzionale che regolano l’equilibrio tra poteri e funzioni. Non si tratta quindi di un cambiamento che incide direttamente sulle pene o sui singoli processi, ma di una trasformazione strutturale che potrebbe avere effetti nel medio e lungo periodo sul modo in cui vengono condotte le indagini e celebrati i procedimenti giudiziari.

Il dibattito pubblico si concentra soprattutto su due visioni differenti della giustizia. Da un lato, chi sostiene la riforma ritiene che la separazione delle carriere e la riorganizzazione degli organi di autogoverno possano rafforzare la terzietà del giudice e rendere più moderno il sistema. Dall’altro lato, chi si oppone considera queste modifiche potenzialmente rischiose per l’equilibrio attuale e teme un indebolimento dell’autonomia del pubblico ministero, soprattutto nelle indagini più complesse e delicate.

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