Referendum giustizia, a Bologna chi non la pensa come te prende un pugno: tredici denunciati
Volevano ascoltare le ragioni del “sì” al referendum costituzionale sulla giustizia. Invece si sono ritrovati spintonati, insultati e, nel caso di uno di loro, con la faccia rotta e quindici giorni di prognosi. Benvenuti nella democrazia italiana, dove il dibattito civile si risolve a pugni.
La Digos di Bologna ha denunciato tredici persone per violenza privata, percosse e lesioni, in seguito agli scontri avvenuti l’11 marzo scorso all’interno del plesso universitario Belmeloro. La causa scatenante? Un evento organizzato dal movimento studentesco Azione Universitaria, legato al centrodestra, per discutere dei quesiti referendari, con la partecipazione di alcuni professori universitari. Un dibattito, insomma. Roba che nelle democrazie mature si chiama pluralismo.
Il copione è sempre lo stesso.
Nel tardo pomeriggio, il Collettivo Universitario Autonomo si presenta in forze, megafono alla mano, e dichiara urbi et orbi che quell’iniziativa non si farà, perché organizzata da un gruppo studentesco bollato come fascista. Azione Universitaria, di fronte all’impossibilità di tenere l’evento in condizioni di sicurezza, e con qualche problema burocratico nelle comunicazioni con la governance dell’ateneo, rinuncia. Fin qui, il classico atto intimidatorio che si consuma periodicamente nelle università italiane, di solito senza conseguenze per nessuno.
Ma la serata non finisce lì. Alle 19, alcuni studenti ancora presenti nell’edificio, lì per sentire il dibattito sul referendum, vengono fisicamente allontanati. Accompagnati da urla e cori “contro i fascisti”. Uno di loro viene spinto, percosso e trascinato fuori dall’ateneo. Un pugno in faccia. Quindici giorni di prognosi. Tra i tredici denunciati, tutti riconducibili al CUA, spicca un nome già noto alle forze dell’ordine per la sua militanza in ambienti della sinistra extraparlamentare.
Il referendum come campo di battaglia.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questa vicenda, al di là della cronaca giudiziaria. Il referendum sulla riforma della giustizia, una consultazione su temi tecnici e complessi, che richiederebbe un dibattito serio e informato, è stato trasformato dall’intera classe politica italiana nell’ennesima guerra di trincea tra tifoserie contrapposte. Da un lato chi urla al golpe giudiziario, dall’altro chi grida alla manomissione della Costituzione (che noia!). Nel mezzo, i cittadini, lasciati soli a orientarsi in una palude di propaganda, semplificazioni e slogan.
In questo clima, non sorprende che il contagio arrivi anche nelle università. Se i leader politici trattano ogni questione civile come uno scontro identitario da vincere a tutti i costi, perché stupirsi se una parte degli studenti interiorizza lo stesso schema e lo porta alle estreme conseguenze?
Una democrazia immatura.
L’Italia ha una lunga e orgogliosa tradizione di conflitto politico. Ma c’è una differenza abissale tra il conflitto come motore del confronto democratico e la violenza come sostituto del ragionamento. Impedire fisicamente a qualcuno di ascoltare un dibattito, su un referendum, in un’università, nel 2026, non è politica. È la resa di chi non ha argomenti.
Quel pugno sferrato all’interno di un ateneo bolognese non è solo un fatto di cronaca. È il sintomo di un Paese in cui la cultura del confronto civile resta, dopo decenni, un obiettivo incompiuto. Una democrazia che si scopre fragile non nei palazzi del potere, ma nelle aule dove dovrebbe formarsi la classe dirigente di domani.
E mentre tredici persone attendono il giudizio dell’autorità giudiziaria, con la presunzione di innocenza che la legge garantisce a tutti, resta aperta una domanda più scomoda: quando l’Italia smetterà di essere una “democrazia da spaghetto?”.
