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Recovery Fund, lo studio che smaschera il mito: trasparenza fragile e riforme più di facciata che di sostanza.

Per anni è stato raccontato come il motore della rinascita europea, il laboratorio di una nuova governance capace di coniugare soldi e riforme. Ma dietro la retorica trionfale sul Recovery and Resilience Facility, lo strumento da oltre 700 miliardi nato sull’onda della pandemia, affiora un quadro molto meno edificante. Uno studio commissionato dal Parlamento europeo, realizzato da Miguel Lebre De Freitas, mette nero su bianco ciò che in molti sospettavano: regole opache, controlli disomogenei e obiettivi talmente elastici da somigliare più a promesse politiche che a veri vincoli.

Il cuore del problema sta nella famosa formula “money for reforms”, venduta come la grande innovazione di Bruxelles. In teoria i fondi vengono erogati solo al raggiungimento di precise tappe – le cosiddette milestone – e di risultati misurabili. In pratica, rilevano gli autori dello studio, quelle stesse tappe sono spesso scritte con criteri vaghi, quando non contraddittori, tali da rendere quasi impossibile valutare se un Paese abbia davvero cambiato rotta o si sia limitato a un maquillage normativo.

Ne emerge un sistema a geometria variabile, dove misure simili ricevono trattamenti diversi a seconda dello Stato membro e del peso politico in gioco. La condizionalità, pilastro teorico del Recovery, finisce così per assomigliare a un elastico tirato e allentato secondo convenienza. Non sorprende, dunque, che gli esperti parlino di un meccanismo più attento ad assorbire risorse in fretta che a produrre trasformazioni strutturali.

A peggiorare il quadro c’è la questione della trasparenza. Documenti chiave come le richieste di pagamento, i rapporti di audit o le valutazioni sull’avanzamento delle riforme sono dispersi tra archivi nazionali, spesso difficili da consultare persino per i policy makers. Anche per i cittadini, che di quei fondi sono i veri finanziatori, l’accesso alle informazioni è un percorso a ostacoli. Una vera e propria “scatola nera”, come la definiscono alcuni addetti ai lavori, che mal si concilia con le solenni promesse di controllo democratico.

Lo studio smonta anche un altro pilastro della narrazione ufficiale: l’idea che ogni progetto finanziato dal Recovery sia, per definizione, utile alla crescita. In molti casi – si legge nel report – l’attenzione si è concentrata più sul rispetto formale delle regole sugli aiuti di Stato che sull’impatto reale degli investimenti. Tradotto: l’importante è che la pratica sia a posto, non che l’opera produca sviluppo, occupazione o innovazione. Un approccio burocratico che rischia di trasformare miliardi di euro in un gigantesco esercizio contabile. Nulla di nuovo. In Ue i fondi (basta guardare Creative Europe, Horizon, Erasmus+ e compagnia cantante) sono, nella stragrande maggioranza dei casi, uno strumento di soft power e di distrazione di risorse utile a mantenere in piedi un “sogno europeo” sempre meno sostanziale ed oneroso.

Le raccomandazioni degli esperti sono nette: servono criteri comuni e stringenti per definire le milestone, un ruolo più forte della Commissione nel disegno delle condizioni, una pubblicazione sistematica dei dati di avanzamento e un sistema di controlli meno frammentato. Senza questi correttivi, avvertono, il prossimo strumento finanziario europeo rischia di replicare gli stessi difetti.

Il paradosso è evidente. Mentre Bruxelles celebra il Recovery come prova di maturità politica dell’Unione, il Parlamento europeo certifica che la macchina procede a vista, tra compromessi e zone d’ombra. Il grande piano di rilancio, mancano pochi mesi per l’ennesima conferma, passerà alla storia non come l’inizio di una nuova Europa, ma come l’ennesima occasione mancata: un fiume di denaro pubblico gestito con criteri troppo deboli per incidere davvero sul destino dei Ventisette Paesi Ue.