Quote di emissione ETS UE: Bruxelles vuolela revisione, ma gli Stati membri si dividono
Il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione Europea (EU ETS), pilastro della politica climatica comunitaria, si avvia verso una fase di profonda revisione. Lo strumento, che dal 2005 ha già permesso di dimezzare le emissioni dei settori coperti rispetto ai livelli di partenza, resta sulla buona strada per centrare l’obiettivo di riduzione del 62% delle emissioni di gas serra entro il 2030. Ma è sul fronte dell’assegnazione gratuita delle quote , la cosiddetta “free allocation” , che si concentrano ora le maggiori tensioni tra Bruxelles, gli Stati membri e le industrie energivore.
Il meccanismo delle quote gratuite.
Il principio cardine dell’ETS, ricorda l’esperto Juan Fernando López Hernández, è quello del “chi inquina paga”: le aziende devono procurarsi quote di emissione, principalmente tramite asta, per compensare la propria impronta carbonica. La normativa europea impone che almeno il 57% delle quote venga messo all’asta, limitando automaticamente il margine disponibile per le assegnazioni gratuite. Queste ultime restano tuttavia uno strumento cruciale per i settori industriali esposti al cosiddetto “rischio di rilocalizzazione delle emissioni” (carbon leakage) , il rischio, cioè, che le aziende trasferiscano produzione ed emissioni verso Paesi con normative ambientali meno rigide.
Tra il 2013 e il 2025 il sistema ha generato oltre 258 miliardi di euro di ricavi dalle aste, reinvestiti dagli Stati membri in politiche climatiche ed energetiche.
Il nuovo regolamento tra benchmark e tensioni tra Stati.
Dopo un percorso non privo di scossoni , la pubblicazione del testo, inizialmente prevista per aprile, è slittata a maggio per una consultazione pubblica, con voto in sede di Comitato sui cambiamenti climatici il 15 giugno (17 Paesi favorevoli, 5 contrari, 5 astenuti) , il regolamento aggiornato è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE il 29 giugno. Le imprese dovranno restituire le proprie quote alle autorità competenti entro settembre.
L’effetto netto sarà una riduzione media del 16% delle quote gratuite nel 2026 rispetto al 2021, con i tagli più severi , fino al 34% , sui cosiddetti benchmark “di riserva” per calore e combustibile. Non mancano però le eccezioni: alcuni benchmark di prodotto, come quelli per carbonato di sodio, cloruro di vinile monomero e idrogeno, registreranno addirittura un aumento, grazie all’inclusione delle emissioni indirette legate al consumo elettrico nel calcolo. Un cambiamento di metodo che, secondo le stime, comporterà un impatto finanziario aggiuntivo di circa 4 miliardi di euro in quote gratuite.
La revisione non è passata senza opposizioni. Già nei mesi scorsi diversi governi avevano fatto pressione per un ammorbidimento delle regole: il premier ceco aveva chiesto quote aggiuntive condizionate a piani di decarbonizzazione per i settori più colpiti, mentre il ministro spagnolo dell’Industria aveva scritto al commissario europeo per il Clima lamentando scarsa trasparenza nel processo di aggiornamento. Italia, Repubblica Ceca, Grecia, Polonia e Romania avevano chiesto un congelamento temporaneo dei valori 2021-2025 fino alla revisione complessiva della direttiva. Estonia, Francia, Germania e Spagna sono arrivate a proporre un intervento legislativo mirato, separato dalla revisione generale, con applicazione retroattiva dei nuovi parametri da gennaio 2026 , richiesta che, al momento, non ha trovato accoglimento.
Il ruolo del meccanismo di aggiustamento alla frontiera (CBAM).
Parallelamente al sistema di quote gratuite, l’UE ha introdotto il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera (CBAM), pensato per sottoporre le merci importate agli stessi costi ambientali sostenuti dalla produzione europea. Il meccanismo, che riguarda per ora settori come alluminio, idrogeno, fertilizzanti, acciaio e cemento, è destinato a sostituire progressivamente le quote gratuite attraverso un “fattore CBAM” che ne riduce annualmente il valore, fino all’azzeramento completo nel 2034. Per i settori non coperti dal CBAM, invece, non è stata ancora fissata una data di eliminazione definitiva delle quote gratuite.
La riforma in arrivo e gli interessi in campo.
La Commissione europea presenterà entro luglio 2026 la proposta di revisione complessiva della direttiva ETS, con l’obiettivo di raggiungere un’intesa tra Parlamento europeo e Consiglio entro il primo trimestre del 2027. Tra i nodi da sciogliere: l’efficacia stessa delle quote gratuite come strumento di riduzione delle emissioni, l’aggiornamento della lista dei settori a rischio di rilocalizzazione (valida solo fino al 2030) e l’eventuale introduzione di condizionalità più stringenti legate agli investimenti in decarbonizzazione , opzione già sostenuta dal commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra.
Sul tavolo resta anche l’ipotesi di un “approccio a livelli”, che concentrerebbe le quote gratuite sui settori più esposti al rischio, storicamente osteggiata dalle stesse industrie interessate e finora accantonata.
Il fronte industriale, dal canto suo, non fa mancare la propria voce: Business Europe chiede l’estensione della lista dei settori a rischio e l’eliminazione delle condizionalità esistenti, mentre diverse aziende energivore hanno sollecitato la sospensione di ulteriori tagli ai benchmark. Posizione opposta quella delle organizzazioni ambientaliste: Carbon Market Watch sostiene che le quote gratuite continuino a disincentivare gli investimenti nelle tecnologie a zero emissioni, mentre Sandbag avverte che un aumento delle assegnazioni gratuite rischierebbe di compromettere gli sforzi UE per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.
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