Questionari su genere e identità LGBTQI+ nelle scuole: l’UE risponde alle accuse di invasione di campo
Un questionario rivolto a bambini tra gli 8 e i 17 anni, che chiede loro di indicare il proprio “genere”, con la possibilità di scegliere “altro”, se si identifichino come parte della comunità LGBTQI+ e come valutino la propria salute mentale. Distribuito nelle scuole polacche nell’ambito della Garanzia europea per l’infanzia, lo strumento ha scatenato una polemica che è arrivata fino al Parlamento Europeo, con un’interrogazione scritta firmata dall’eurodeputato Jean-Paul Garraud.
L’accusa: dati sensibili sui minori, senza consenso dei genitori.
Per Garraud, il questionario non è solo “di carattere woke”, ma costituisce una violazione su più fronti. In primo luogo, le domande riguarderebbero dati particolarmente sensibili ai sensi del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), trattati senza il consenso esplicito dei genitori. In secondo luogo, si tratterebbe di un’ingerenza nella sfera più privata della vita dei minori e nel ruolo educativo primario delle famiglie, riconosciuto dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. In terzo luogo, l’eurodeputato ha sollevato il tema del rispetto delle competenze degli Stati membri in materia di istruzione e del principio di sussidiarietà.
La risposta della Commissione: form volontario e anonimo. Tutto nella norma.
A rispondere, a nome della Commissione, è la commissaria Minzatu, che ha respinto le accuse punto per punto. Sul piano giuridico, Bruxelles cita l’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea che impone di combattere l’esclusione sociale e tutelare i diritti dei minori, l’articolo 153 del TFUE e l’articolo 24 della Carta dei Diritti Fondamentali, che riconosce ai bambini il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni su questioni che li riguardano.
Quanto alle garanzie, secondo la vicepresidente, “il sondaggio era volontario, progettato per proteggere l’anonimato dei partecipanti, senza raccolta né condivisione di dati personali. Le risposte non erano collegate a singoli individui ma confluite in un pool di risposte anonime aggregate. Per questo motivo, precisa la Commissione, il consenso dei genitori non era richiesto. Una dichiarazione sulla privacy – prosegue – accompagnava il questionario, e i bambini erano incoraggiati a rivolgersi a un adulto di fiducia sia prima che dopo la compilazione”.
Sul fronte della sussidiarietà, la Commissione sottolinea di non essere intervenuta nei contenuti dell’insegnamento né nell’organizzazione dei sistemi educativi, competenze che, ai sensi dell’articolo 165 del TFUE, restano in capo agli Stati membri. “Il questionario, precisa Bruxelles, era pubblicato sulla Piattaforma di partecipazione dei bambini dell’UE e condiviso con varie organizzazioni di stakeholder, senza prendere di mira direttamente le istituzioni scolastiche o singoli minori”.
Il nodo politico: dove finisce la tutela e dove inizia l’ingerenza?
Lo scontro sul questionario riflette una tensione più profonda che attraversa le istituzioni europee: fino a che punto l’UE può spingersi nella raccolta di dati e nella promozione di determinati valori presso le fasce più giovani della popolazione, senza sconfinare nelle competenze nazionali in materia di istruzione e famiglia?
Per i gruppi conservatori e sovranisti, la risposta della Commissione non dissipa i dubbi: un questionario che chiede a un bambino di otto anni se si identifichi come LGBTQI+ resta, a loro avviso, uno strumento ideologicamente orientato, indipendentemente dalle garanzie tecniche sull’anonimato. Per Bruxelles, si tratta invece di ascolto partecipativo, funzionale a costruire politiche sociali più efficaci e inclusive.
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