13 Aprile 2026
Sardegna

Quarantacinque mila migranti con demenza in Italia, ma il sistema sanitario non è pronto ad accoglierli

Sono oltre 590mila gli stranieri anziani, con più di sessant’anni, che oggi vivono in Italia. Di questi, si stima che circa 45mila convivano con disturbi cognitivi o demenza. Una platea enorme, spesso invisibile, che si scontra con un sistema sanitario ancora largamente impreparato ad accoglierla.

A dirlo sono i risultati del progetto Immidem, la prima iniziativa nazionale dedicata alla demenza nelle persone con storia migratoria residenti in Italia, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e presentato il 27 marzo nel corso della sua conferenza conclusiva.

I numeri di un sistema inadeguato.

Una survey nazionale condotta su 343 Centri per disturbi cognitivi e demenze ha rivelato che nel 2019 oltre 4.500 migranti sono stati presi in carico dai servizi specialistici. Ma le risorse dedicate restano drammaticamente insufficienti.

Solo il 6,7% dei centri dispone di materiale informativo in più lingue. Appena il 10,5% ha accesso a interpreti professionali. Il 37,3% può contare su un mediatore culturale. E sul fronte diagnostico la situazione è ancora più critica: solo il 2,3% dei centri utilizza procedure valutative adattate alla popolazione migrante, e appena l’1,2% impiega strumenti cross-culturali validati come la RUDAS.

Pazienti più giovani, più vulnerabili e meno curati.

Un’analisi multicentrica condotta in 18 centri su 823 pazienti, quasi la metà con storia migratoria, ha delineato un profilo preciso del paziente migrante con demenza. È mediamente più giovane al momento della diagnosi (73 anni contro i 78,5 dei pazienti italiani), ha una competenza limitata in italiano nel 21,9% dei casi e può contare su reti familiari più fragili. La complessità clinica, tuttavia, è sovrapponibile a quella dei pazienti nativi.

I dati epidemiologici del Lazio aggiungono un elemento apparentemente paradossale: la prevalenza di demenza tra i nati all’estero risulta più bassa rispetto agli italiani, 0,57-0,69% contro lo 0,87%, e anche la mortalità appare inferiore. Ma i ricercatori mettono in guardia dall’interpretare questi numeri come un segnale positivo: riflettono con ogni probabilità fenomeni di sottodiagnosi, utilizzo disomogeneo dei servizi e interruzioni nei percorsi di cura, non un reale vantaggio in termini di salute.

Un obbligo etico, prima ancora che organizzativo.

“Garantire equità di accesso è un principio cardine del Piano Nazionale Demenze e un obbligo etico prima ancora che organizzativo”, afferma Ilaria Bacigalupo dell’ISS. Rafforzare le competenze interculturali, integrare valutazioni cross-culturali, coinvolgere le comunità migranti e aggiornare i sistemi informativi sono, secondo i ricercatori, passi imprescindibili per costruire una sanità “più forte, più inclusiva e più capace di leggere la complessità della società italiana contemporanea”.