23 Aprile 2026
CulturaPoliticaSardegna

Quando la parola perde peso: dal rito della retorica alla necessità di comunicare davvero.

C’è un paradosso evidente nel nostro tempo: più si parla, meno si comunica. Le parole si moltiplicano, i discorsi si allungano, gli interventi si solennizzano, ma il senso si assottiglia. La retorica – un tempo intesa come strumento di chiarimento, persuasione razionale e costruzione del consenso – appare, leggendo la cronaca politica regionale ed europea, sempre più come un esercizio di superficie, finalizzato a impressionare anziché a condividere.

Non è un problema solo politico o mediatico. È culturale. La parola pubblica ha perso densità perché ha smarrito il legame con la responsabilità. Già Aristotele, nella Retorica, metteva in guardia da un’eloquenza separata dall’ethos: senza coerenza morale, il discorso può sedurre, ma non regge. Oggi quella seduzione è spesso tutto ciò che resta.

Hannah Arendt, ancora, aveva colto il punto con lucidità inquietante: quando il linguaggio si sgancia dalla realtà, non produce soltanto menzogne, ma genera una forma più sottile di pericolo, la banalizzazione del pensiero. Non serve falsificare i fatti; basta ripetere formule vuote, slogan rassicuranti, parole che non obbligano a conseguenze. È il trionfo, diceva Arendt, della “dichiarazione senza impegno”.

George Orwell, proseguendo, lo aveva scritto con brutale chiarezza: il degrado del linguaggio è insieme causa ed effetto del degrado del pensiero. “Una lingua impoverita rende impossibile distinguere, e dove non si distingue, si accetta tutto”. La retorica inconsistente diventa così uno strumento di anestesia collettiva, un rumore di fondo che sostituisce il confronto.

In questo contesto, impressionare diventa più importante che capire. Il discorso, allora, non nasce per essere vero, ma per essere efficace; non per illuminare, ma per ottenere consenso immediato. Karl Jaspers, dal canto suo, parlava di una comunicazione “tecnica”, orientata al risultato, contrapposta a quella autentica, che nasce dall’incontro tra coscienze. La prima domina lo spazio pubblico contemporaneo, la seconda fatica a sopravvivere.

Eppure, comunicare davvero è un atto più esigente. Richiede ascolto, tempo e attenzione. Simone Weil, in merito, ricordava che “condividere è faticoso perché implica esporsi, accettare il rischio della complessità”. Impressionare, al contrario, è semplice: basta alzare il volume…

Il risultato, peraltro sotto gli occhi di tutti, è una società satura di parole e povera di significato, dove si rincorrono discorsi solenni senza responsabilità, appelli all’etica pronunciati da chi non ne sopporta il peso, narrazioni costruite per legittimare anziché chiarire. In un tale contesto, dunque, non dovrebbe essere l’assenza di linguaggio a preoccuparci, ma il suo abuso.

Forse il problema non è parlare meno, ma parlare meglio. Restituire alla parola un costo, un limite, una responsabilità. Ludwig Wittgenstein ricordava che “di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. In un’epoca ossessionata dalla visibilità, allora, il silenzio consapevole può essere più rivoluzionario di mille dichiarazioni.

Un assunto particolarmente consigliato all’attuale banda al governo della Regione Sardegna.

foto Sardegnagol riproduzione riservata