16 Settembre 2026
CulturaEuropa

Quando il passato tace: l’apatia storica dei giovani e la sfida per risvegliare la coscienza collettiva.

In un’epoca dominata dalla tecnologia veloce, dai social network e da un flusso costante di informazioni temporanee, una delle vittime più silenziose ma significative è la storia. In un presente che governa la percezione e un futuro venduto a colpi di “prossime innovazioni”, le giovani generazioni si allontanano sempre più dal passato, percependo la storia come lontana, noiosa, irrilevante.

Non si tratta solo di un disinteresse passeggero per l’icona della diplomazia albanese, Arben Pandi Cici, secondo il quale la perdita di interesse per la storia tra i giovani è il frutto di un mix di “fattori educativi, culturali e tecnologici che hanno trasformato i giovani in consumatori di istanti, più che in cittadini consapevoli con radici nella memoria collettiva”.

Ed è qui che emerge una delle sfide cruciali per la scuola, le istituzioni, le famiglie e la società intera. Riportare i giovani a leggere e comprendere la storia. Perchè, diversamente da quanto promosso da alcuni programmi Europei, a partire dal CERV, senza la comprensione della storia la società dimentica da dove viene.

L’apatia storica non è semplice disinteresse, evidenzia ancora Cici in una intervista rilasciata all’International Institute for Middle East and Balkan Studies (IFIMES): “E’ una perdita di connessione emotiva e intellettuale con il passato, una forma di estraneità rispetto all’esperienza collettiva di un popolo, di una nazione, dell’umanità stessa. Lo storico e filosofo George Santayana lo disse chiaramente nel 1905: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo“.

Oggi questa apatia è un fenomeno globale, che si manifesta in varie forme a partire dall’ignoranza diffusa su eventi fondamentali, la scarsa partecipazione ad attività culturali o commemorative, l’assenza di interesse verso libri o documentari storici e la percezione della storia come un’imposizione sterile o come uno strumento politico.

Tra i principali responsabili di questo fenomeno, il cambiamento nel modo di ricevere informazioni La cultura digitale ha rivoluzionato il modo di apprendere. La storia richiede tempo, riflessione, analisi complessa. Ma oggi dominano video brevi, contenuti effimeri e storytelling frammentati. Le piattaforme come TikTok o Instagram offrono “curiosità” storiche, ma non contesto né profondità. In un mondo popolato di “stupidi primati”, insomma, bisogna cambiare rotta per non perdere ulteriore capacità critica.

Inoltre, la narrazione storica contenuta nei libri di testo e nella retorica propinata quotidianamente dalle istituzioni pubbliche è scollegata dalla realtà dei giovani. Molti sistemi educativi – anche quello italiano – propongono la storia in modo arido e nozionistico, pieno di date, nomi e battaglie, ma privo di narrazioni che ispirino empatia e identità. “La storia dovrebbe porre domande significative e stimolare dilemmi morali, non solo elencare eventi,” scrivevano Barton & Levstik.

Un altro grande problema, secondo Cici, riguarda poi la politicizzazione del racconto storico: “Quando la storia è piegata alle esigenze del potere politico di turno, si crea diffidenza. Si selezionano i personaggi da glorificare, si rimuovono gli aspetti scomodi. Pierre Nora definiva questi processi come “luoghi della memoria manipolati”, dove il mito nazionale sostituisce la verità.

Ma non solo. E’ sempre più evidente una progressiva perdita dell’identità collettiva: “Senza memoria condivisa – aggiunge – viene meno il senso di appartenenza. Eric Hobsbawm avvertiva: “L’identità collettiva non può esistere senza memoria storica.” I giovani diventano individui isolati, più fragili sul piano sociale e civile”.

Difficile, però, invertire la rotta con programmi europei gestiti da chi “è incapace di comprendere il presente“. La storia, infatti, non serve solo a sapere “cosa” è accaduto, ma a capire “perché” è accaduto. In assenza di una sensibilità diffusa in Ue, è perciò difficile sostenere iniziative dal basso capaci di riconoscere le radici di populismi, autoritarismi, nazionalismi, con il risultato che la democrazia si indebolisce. E, la presenza di un incomprensibile sistema di valutazione, per esempio, nel programma CERV, è assolutamente emblematico sulla difficoltà dell’Ue di sostenere tale riconoscimento.

Successiva e consequenziale, poi, è la propaganda, le fake news e le narrazioni pilotate, molto apprezzate leggendo la quotidiana retorica Ue, nemica dell’educazione storica. Aspetto, come ricordava Timothy Snyder “fondamentale per resistere alla disinformazione“.

Per arrivare ai giovani, allora, non resta che unire una dimensione emotiva e personale a quella prettamente storica: “I racconti familiari, le testimonianze dirette, le storie di sopravvissuti sono potenti strumenti educativi. L’autonarrazione e il legame tra biografia e storia risvegliano empatia e consapevolezza”, prosegue Cici.

Imprescindibile, ancora, attivare la memoria nei territori: “Progetti di recupero di luoghi della memoria, mostre, ricerche locali, visite a musei o campi di concentramento, non devono essere attività extracurricolari marginali, ma parte integrante dell’educazione civica. La memoria è azione, non solo celebrazione”.

“Oggi, troppo pochi genitori leggono libri di storia con i figli, i media propongono raramente contenuti storici di qualità, i centri giovanili non organizzano dibattiti o visite a musei. In Albania – ma il discorso vale anche per l’Italia – le istituzioni dovrebbero ridare centralità alla storia nei programmi scolastici, anche negli esami di maturità, selezionare docenti preparati e adottare nuovi strumenti didattici”, conclude Cici.

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