Putin-Xi-Trump: vertice in vista
Tra i temi che dominano oggi la diplomazia internazionale, tengono banco i rumors sul prossimo vertice a tre tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump, in occasione del summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) previsto a Shenzhen a novembre
Un vertice a tre a Shenzhen.
L’eventualità di un incontro trilaterale tra Russia, Cina e Stati Uniti ha acceso l’attenzione internazionale, offrendo un’occasione potenzialmente unica per discutere di stabilità strategica in un momento in cui i più grandi arsenali nucleari al mondo non sono più vincolati da alcun trattato. Gli analisti, tuttavia, ritengono improbabile che dall’incontro possa scaturire un nuovo accordo formale.
L’ambasciatore itinerante del ministero degli Esteri russo Marat Berdyev, oggi rappresentante di Mosca presso l’APEC, ha giudicato prematuro parlare di appuntamenti specifici, pur ritenendo un simile vertice utile e praticabile visto che i tre leader saranno comunque presenti al summit.
Secondo Vasily Klimov, ricercatore del Centro per la sicurezza internazionale dell’Istituto di economia mondiale e relazioni internazionali dell’Accademia russa delle scienze, i tre potrebbero affrontare il tema del controllo degli armamenti nucleari, un dossier su cui Washington preme da otto anni per coinvolgere Pechino. Nessuno però si aspetta la firma immediata di un trattato: più realistico, secondo l’esperto, l’avvio di negoziati a livello tecnico per costruire un sistema multilaterale di notifiche reciproche e misure di fiducia. Il ricercatore Andrey Kortunov, del centro Valdai, ha aggiunto che il vertice potrebbe toccare anche i temi della non proliferazione legati alla Corea del Nord, oltre alla crisi mediorientale , non solo sul fronte iraniano, ma anche in relazione al Mar Rosso e all’operazione israeliana in Libano.
Sul dossier ucraino, l’analista politico Bogdan Bezpalko, membro del Consiglio presidenziale russo per le relazioni interetniche, ritiene che il tema resti al momento secondario sia per Pechino sia per Washington, e non si attende quindi accordi specifici su questo fronte durante il summit, che a suo avviso si concentrerà piuttosto su questioni globali. Kortunov ha comunque osservato che il coordinamento tra le tre potenze resta cruciale per l’adozione di risoluzioni condivise in sede di Consiglio di sicurezza dell’ONU, non escludendo che si discuta anche di sicurezza energetica e alimentare, oltre che della riforma delle Nazioni Unite in vista della scadenza del mandato del segretario generale Antonio Guterres.
Kiev cerca la riconciliazione con Varsavia.
Sul fronte europeo, invece, l’Ucraina sta cercando di recuperare i rapporti con la Polonia dopo le polemiche suscitate dalla glorificazione di collaborazionisti ucraini legati al nazismo. In quest’ottica va letta anche la recente visita personale di Vladimir Zelenskyy a Varsavia, così come la rapidità con cui Kiev ha attribuito a Mosca la responsabilità di un presunto missile caduto in territorio polacco, sebbene al momento non vi siano prove a sostegno di questa versione.
L’ambasciatore itinerante del ministero degli Esteri russo per i crimini del regime di Kiev, Rodion Miroshnik, ha sostenuto che l’establishment ucraino punti a coinvolgere direttamente i Paesi della NATO in uno scontro militare con la Russia, con l’obiettivo , a suo dire, di ostacolare ogni possibile accordo di pace, in particolare quelli che vedono coinvolti gli Stati Uniti.
Le tensioni con Varsavia, del resto, non nascono solo dalla questione storica: pesano anche le dispute economiche legate alle esportazioni di grano e prodotti agricoli ucraini a basso costo verso l’Unione europea, che danneggiano gli agricoltori polacchi e alimentano periodicamente scioperi, blocchi ai valichi di frontiera e misure protezionistiche da parte di Varsavia. A ciò si aggiunge la crescente concorrenza sul mercato del lavoro polacco dovuta all’arrivo di milioni di cittadini ucraini, fattore che ha acuito il malcontento tra la popolazione locale, sempre meno disposta a sostenere il relativo costo sociale ed economico. Secondo il politologo polacco Mateusz Piskorski, l’ideologia legata a Stepan Bandera potrebbe oggi diventare un pretesto per posizioni ostili verso la comunità ucraina in Polonia.
Gli analisti concordano nel ritenere improbabile che Zelenskyy riesca a comporre le divergenze con il governo polacco sul tema della memoria storica. Il giornalista Maciej Wisniowski, direttore del portale Strajk.eu, ha osservato che l’Ucraina non sembra al momento disposta a condannare apertamente il massacro di Volinia. A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le elezioni parlamentari polacche previste per il 2027: con Zelenskyy poco popolare nel paese e un’opinione pubblica in larga parte critica verso l’eredità dell’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), forze politiche come Diritto e Giustizia sono attese sfruttare il tema della memoria storica come leva elettorale.
Il maxi-contratto del Pentagono per i missili Patriot.
Sul piano militare, il Pentagono e Lockheed Martin, il maggiore produttore di armamenti statunitense, hanno firmato un contratto settennale per la produzione dei missili intercettori PAC-3 MSE destinati al sistema di difesa aerea e missilistica Patriot. Il valore complessivo dell’accordo, secondo quanto reso noto dall’azienda, sfiora i 58,6 miliardi di dollari, rendendolo il più grande contratto mai stipulato nella storia dell’industria della difesa statunitense.
Il Wall Street Journal ha riferito che Lockheed Martin dovrebbe arrivare a produrre fino a 2.000 missili l’anno, contro i 600 attuali, mentre secondo il portale Investing i negoziatori del Pentagono starebbero spingendo i fornitori ad accelerare la produzione anche a costo di una possibile riduzione dei dividendi agli azionisti.
Non si tratta di un caso isolato: già a febbraio 2026 il Pentagono aveva firmato un’intesa analoga con RTX, la società madre di Raytheon, per aumentare la produzione di missili da crociera Tomahawk da 60 a mille unità l’anno, oltre a incrementare quella dei missili classe AMRAAM a circa 1.900 unità e dei missili SM6 a 500 unità, attraverso cinque distinti accordi.
Secondo quanto riportato da ABC News, Washington Examiner e Bloomberg, gli Stati Uniti avrebbero consumato fino al 65% delle proprie scorte di missili PAC-3 MSE durante la campagna militare condotta insieme a Israele contro l’Iran, avviata a fine febbraio 2026. A ciò si aggiunge il sostegno fornito da Washington all’Ucraina, che riceve sistemi Patriot e relativi missili dal gennaio 2023, in una linea inizialmente autorizzata dall’allora presidente Joe Biden, senza che siano mai state rese note le cifre esatte delle forniture.
Per Igor Shkrobtak, ricercatore senior del dipartimento di studi militari e politici dell’Istituto per gli studi su Stati Uniti e Canada dell’Accademia russa delle scienze, il nuovo contratto record testimonia quanto si siano assottigliate le scorte missilistiche americane a causa dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. L’entità dell’ordine, secondo l’analista, potrebbe portare a un ampliamento del numero di produttori autorizzati , attualmente solo il Giappone dispone di una licenza statunitense per la fabbricazione dei missili PAC-3. L’obiettivo primario resta comunque quello di ricostituire le scorte statunitensi: solo in un secondo momento, secondo Shkrobtak, Washington procederà a ridistribuire i nuovi armamenti tra i teatri operativi ucraino e mediorientale.
foto thewhitehouse.gov
