Progetto “SEAHORSE Atlantic Network”: Bruxelles estende in Africa occidentale il modello di sorveglianza marittima nato dal fallimento in Libia
Comprendere il meccanismo del progetto “SEAHORSE Atlantic Network” per la gestione della politica migratoria esterna dell’Ue, potrebbe suggerire, in un contesto di crescente pressione ai confini dell’Unione, i tanti punti critici delle azioni europee.
Uno dei capitoli recenti della politica migratoria esterna dell’Unione Europea riguarda l’estensione del progetto “SEAHORSE Atlantic Network” ai Paesi della costa atlantica dell’Africa occidentale, attraverso lo strumento NDICI-Global Europe.
L’eurodeputata Özlem Demirel (The Left) intervenuta nel merito, ha evidenziato come il “SEAHORSE Mediterranean Network”, il progetto che puntava a rafforzare le capacità di ricerca e soccorso della Guardia Costiera libica, sarebbe naufragato per la scarsa collaborazione degli Stati nordafricani coinvolti. Una dinamica che mette in evidenza, per chi la vuole vedere, l’inconsistenza della cooperazione con l’Africa dell’Ue e che ora viene estesa per “contrastare il traffico e la tratta di migranti in Mauritania, Senegal e Gambia.
La risposta della Commissione: “Un progetto più ampio del previsto”.
Nella replica, arrivata ieri dal commissario Jozef Síkela, l’azione europea viene inquadrata all’interno del più ampio “Pacchetto Migrazione e Lavoro per l’Africa Occidentale”, una misura individuale per il 2025 pensata, secondo la narrazione Ue, “per sostenere le popolazioni vulnerabili della regione, intensificare la gestione dei flussi migratori, affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e promuovere opportunità socioeconomiche”.
Un primo dato significativo emerge dal confronto tra la domanda e la risposta: mentre l’interrogazione originaria faceva riferimento a tre Paesi coinvolti (Mauritania, Senegal e Gambia), la Commissione amplia sensibilmente il perimetro geografico dell’operazione, includendo anche Guinea, Guinea-Bissau e Capo Verde, sia pure “in misura variabile secondo le esigenze e i contesti specifici”. Un ampliamento che la risposta della Commissione non giustifica nel dettaglio, e che solleva interrogativi sulla reale portata dell’iniziativa rispetto a quanto inizialmente comunicato.
Quanto alle autorità coinvolte, Síkela si limita a un riferimento generico alle “autorità nazionali competenti responsabili della sorveglianza marittima, delle attività di contrasto al traffico/tratta e della prevenzione della migrazione irregolare”, senza fornire elenchi puntuali né dettagli operativi su come tali enti opereranno concretamente sul terreno.
Nessuna “rete multilaterale”, una precisazione che lascia margini di ambiguità.
Un passaggio della risposta merita particolare attenzione: la Commissione afferma che “non esiste attualmente alcuna rete multilaterale Seahorse in corso” e che ‘Seahorse A’ rappresenterebbe un progetto del tutto nuovo, che si limiterebbe a “basarsi e potenziare” i risultati delle precedenti iniziative Seahorse, ormai concluse. Una formulazione che sembra voler prendere le distanze dal precedente fallimentare del Mediterraneo, pur riconoscendo implicitamente una continuità di metodo e di approccio con quell’esperienza.
Sul fronte della trasparenza verso le agenzie europee, la Commissione conferma che sarà garantito un “coordinamento stretto” con Frontex, attraverso la partecipazione a workshop e sessioni di formazione, oltre alla condivisione tempestiva di informazioni, in particolare tramite il sistema Eurosur. Non viene tuttavia chiarito nel dettaglio quali garanzie specifiche regoleranno tale scambio di dati, né quali meccanismi di supervisione democratica o di tutela dei diritti umani accompagneranno un’operazione che, ancora una volta, punta a esternalizzare il controllo delle frontiere europee affidandolo alle autorità di Paesi terzi , proprio la formula che, secondo quanto ricordato dalla stessa interrogazione, aveva già mostrato criticità nell’esperienza libica.
