18 Agosto 2026
Politica

Pranzo di riconciliazione a Campo de’ Fiori: il “campo largo” si tiene ancora, ma con lo sputo

Grande gesto di distensione nel centrosinistra italiano: Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono seduti allo stesso tavolo, da soli, senza gli altri alleati del “campo largo” che, a quanto pare, vanno bene per le fotografie di gruppo ma non per i pranzi che contano davvero. Location: un ristorante a Campo de’ Fiori, cornice perfetta per un vertice che sa più di terapia di coppia che di strategia politica.

Il copione è quello classico delle coppie in crisi: prima si litiga in pubblico per giorni, poi ci si scusa a porte chiuse, infine si esce e si dice ai giornalisti che “va tutto bene, era già tutto organizzato la settimana scorsa”. Certo, Presidente Conte, certo.

Nel merito, però, la sostanza non cambia di una virgola: sull’invio di armi a Kiev il M5s resta fermamente contrario, punto fermo da anni, e Conte lo ripete come un mantra che suona sempre uguale, indipendentemente da quanti pranzi si consumino. Schlein, dal canto suo, prova a rimandare la resa dei conti: prima il programma comune, poi le primarie, così , dice lei , chi vince rappresenterà tutti e non il partito di provenienza. Peccato che sull’Ucraina “tutti” voglia dire due posizioni opposte tenute insieme con lo scotch.

E qui arriva la parte migliore: il sospetto, neanche troppo velato, che a Conte le primarie in fondo non convengano affatto. Meglio se saltano, meglio se si arriva al voto senza un nome definito, così il M5s può fare campagna elettorale sventolando la bandiera pacifista senza doversi far certificare da un election day interno che rischia di ridimensionarlo. Dal Movimento negano tutto, ovviamente: “sciocchezze, nessuno vuole avvelenare i pozzi” , frase che di solito si dice proprio quando qualcuno li sta avvelenando eccome.

L’Europa come cartina di tornasole.

Se sull’Ucraina si naviga a vista, sul Safe , il fondo europeo per il riarmo comune, pilastro del piano di difesa Ue , le distanze sono anche più nitide: M5s e Avs sono contrari, il Pd invece guarda con favore a una difesa comune europea. La soluzione trovata per non far saltare il tavolo è la solita: una risoluzione dal linguaggio abbastanza vago da poter essere firmata da tutti, precisando che le risorse non finanzieranno direttamente spese militari. Un compromesso semantico più che politico, il classico modo italiano di essere d’accordo sul non essere d’accordo.

E in Sardegna, intanto…

Mentre a Roma si lavora di fioretto diplomatico per tenere insieme un’alleanza che su Ucraina, riarmo e politica estera vota in ordine sparso, nelle Regioni dove questa stessa coalizione governa il bilancio dei risultati non aiuta a fare propaganda. In Sardegna, dove il campo largo amministra, le cronache locali raccontano più spesso di tensioni interne, giunte instabili e promesse elettorali rimaste sulla carta che di un modello di buon governo da esportare su scala nazionale. Difficile vendere agli elettori l’idea di un’alternativa credibile a livello nazionale quando il “laboratorio” territoriale fatica a produrre risultati convincenti.

Il resto del cast.

Non mancano gli alleati centristi pronti a ricordare a tutti l’urgenza dell’unità: Matteo Renzi rilancia l’allarme su una destra che punterebbe su figure identitarie per Palazzo Chigi e Viminale, invitando il centrosinistra a “mettersi insieme e vincere” invece di perdersi in chiacchiere. Nicola Fratoianni, da parte sua, prova a spostare l’attenzione dal toto-nomi ai contenuti, chiedendo un tavolo comune con le “forze vive del Paese” per costruire un programma chiaro.

Bella intenzione. Peccato che, tra un pranzo riparatore e l’altro, il campo largo continui a somigliare più a una convivenza forzata che a una vera coalizione: uniti nella foto, divisi nel voto, e con la sensazione diffusa che il collante che tiene insieme il tutto sia, appunto, poco più di uno sputo.