14 Agosto 2026
Sardegna

Povertà in aumento tra gli occupati.

Anche i dipendenti a tempo pieno iniziano a sperimentare, come qualsiasi partita IVA, la povertà. Secondo i dati più recenti di Eurostat, nel 2024 il 10,2% degli occupati in Italia ha percepito un reddito inferiore al 60% della mediana nazionale – soglia che definisce il rischio di povertà –, in aumento rispetto al 9,9% dello scorso anno. Tra i lavoratori full time, la percentuale sale dal 8,7% al 9%, più del doppio rispetto alla Germania (3,7%).

Un paradosso sempre più evidente: l’occupazione cresce, ma anche le difficoltà economiche di chi lavora. L’incremento dei prezzi, unito a salari fermi e contratti non aggiornati, ha eroso di fatto il potere d’acquisto. Ma, rispetto alle partita IVA, i dipendenti hanno poco da lamentarsi rispetto ad esse, alla luce delle tante protezioni sociali dedicate.

Migliora, invece, l’indice di deprivazione materiale, che scende all’8,5% rispetto al 9,8% del 2023, toccando il livello più basso dal 2015. Restano tuttavia circa cinque milioni di persone che non riescono a permettersi almeno cinque dei 13 beni e servizi essenziali definiti da Eurostat: tra questi, un pasto proteico ogni due giorni, una vacanza annuale, riscaldamento adeguato o una connessione Internet.

Sul fronte anagrafico, il rischio di povertà diminuisce tra i minori (dal 24,7% al 23,2%) ma aumenta tra gli over 65 (dal 16,9% al 17,6%). Complessivamente, sono oltre 11 milioni gli italiani che vivono in condizioni economiche fragili.

Tra i lavoratori part-time, la situazione migliora leggermente (dal 16,9% al 15,7%), ma peggiora (chi lo avrebbe mai detto) tra gli autonomi, per i quali la povertà lavorativa sale al 17,2% (dal 15,8%). I dipendenti risultano meno colpiti (8,4%, in lieve aumento dall’8,3%). L’istruzione continua a fare la differenza: il rischio di povertà è al 18,2% tra chi ha solo la scuola dell’obbligo, mentre scende al 4,5% tra i laureati.

Infine, peggiora il divario tra ricchi e poveri. Nel 2024, il 10% più povero detiene appena il 2,5% del reddito nazionale (in calo dal 2,7% del 2023), mentre il 10% più ricco ne controlla il 24,8% (in aumento). Un segnale preoccupante, che evidenzia un ritorno delle diseguaglianze dopo una breve fase di riduzione.