Povertà ed esclusione sociale: il 3,1% delle famiglie non riesce a nutrirsi.
Il 26,7% dei minori di 16 anni vive in famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale, in una Italia dove le disuguaglianze territoriali restano marcate. Questa la fotografia scattata dall’Istat sulla condizione dei minori nel “Bel Paese”, dove uno degli aspetti più preoccupanti riguarda l’insicurezza alimentare, che colpisce in maniera più accentuata il Sud e le famiglie monogenitore.
Nel 2024, il 3,1% dei minori è risultato vivere in famiglie che non riescono ad acquistare il cibo necessario, con un picco del 5,7% nel Mezzogiorno rispetto all’1,9% nel Centro e all’1,7% nel Nord. Inoltre, il 2,3% dei minori non consuma nemmeno un pasto proteico al giorno per ragioni economiche. Sommando le due condizioni – impossibilità di acquistare cibo necessario e mancato accesso a un pasto proteico quotidiano – si arriva a un’incidenza complessiva del 4,9% dei minori in situazione di insicurezza alimentare. Anche in questo caso, le differenze territoriali sono forti: l’8,9% dei minori nel Mezzogiorno ne è colpito, contro il 3,1% del Nord e il 2,1% del Centro. Il disagio è inoltre più marcato tra i 12-15enni (5,2%) rispetto ai bambini più piccoli (4,7%) e interessa in modo particolare le famiglie monogenitore, dove l’incidenza raggiunge l’8,2%, contro il 4,6% delle famiglie con due genitori.
La condizione familiare rappresenta un fattore chiave anche in relazione ad altri indicatori di povertà. Nelle famiglie monogenitoriali con più di un figlio, oltre la metà dei minori (53,3%) è a rischio di povertà o esclusione sociale, a fronte del 18,1% registrato nelle famiglie bi-genitoriali con un solo figlio. Questo dato riflette anche l’impatto della condizione lavorativa, del livello di istruzione e della cittadinanza dei genitori: ad esempio, il 51,8% dei minori con genitori che non hanno proseguito oltre la scuola media vive in condizioni di rischio, mentre la quota scende al 10,3% tra coloro i cui genitori possiedono almeno una laurea.
Anche la cittadinanza gioca un ruolo importante: i minori stranieri mostrano un rischio quasi doppio rispetto agli italiani (43,6% contro 23,5%), con punte drammatiche nel Sud, dove il rischio sale al 78,2% per i minori stranieri, rispetto al già elevato 40,9% tra gli italiani.
Difficoltà economiche, vissute nell’infanzia e nell’adolescenza, che rappresentano un forte predittore della povertà in età adulta.
Un altro fattore cruciale nella trasmissione della povertà è il livello di istruzione dei genitori. Nell’Unione europea, il rischio di povertà per gli adulti tra i 25 e i 59 anni è pari al 19,1% se i genitori hanno un basso livello di istruzione, ma scende all’8,5% se almeno uno dei genitori è laureato. In Italia la situazione è analoga ma più accentuata: il rischio di povertà è del 22% se i genitori hanno solo la scuola media, scende al 9,3% con genitori diplomati e si ferma al 7,4% se almeno uno dei genitori ha una laurea, con una differenza di 14,6 punti percentuali, superiore di 4 punti rispetto alla media UE.
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