Politiche giovanili, tra retorica e autocelebrazione: il vuoto dietro il “TG” del Dipartimento nazionale.
La terza puntata del cosiddetto “tg delle politiche giovanili”, promosso dal Dipartimento per le Politiche Giovanili, si conferma per quello che è: un esercizio autoreferenziale, privo di qualsiasi spirito critico e lontano anni luce dalla realtà che i giovani italiani vivono ogni giorno. Un format che pretende di raccontare il disagio giovanile o di “quello che fa bene” l’Esecutivo ma che, nei fatti, lo utilizza come semplice sfondo narrativo per giustificare scelte politiche già prese e bandi già confezionati.
I contenuti della puntata appaiono deboli, prevedibili, quasi imbarazzanti nella loro ovvietà. Qualche dato statistico, qualche testimonianza selezionata ad hoc di giovani in difficoltà, e il copione è pronto: tutto converge verso la promozione del bando “RiGenerazioni”, presentato come strumento inclusivo e accessibile per sostenere i giovani italiani. Peccato che la realtà sia ben diversa da quella raccontata.
Perché dietro una dotazione finanziaria milionaria – che meriterebbe ben altra trasparenza e ben altro racconto – si nasconde un impianto che, di fatto, esclude proprio i giovani e le organizzazioni giovanili meno strutturate. Quelle realtà piccole, informali, radicate nei territori, che quotidianamente provano dal basso a incidere sulle condizioni materiali e sociali dei giovani, restano, come confermano i requisiti di accesso, fuori dai giochi. Troppo fragili sul piano amministrativo, troppo lontane dai linguaggi burocratici, troppo poco “performanti” per bandi pensati più per essere rendicontati che per produrre cambiamento reale e impatto.
A vincere saranno ancora una volta le organizzazioni strutturate, i soggetti già rodati, i soliti intermediari. E con loro tornano i soliti progetti calati dall’alto, scollegati dai contesti locali, incapaci di lasciare tracce durature. È un copione già visto, replicato per anni dal Dipartimento e, più in generale, dai governi che si sono succeduti negli ultimi lustri: grandi annunci, grandi cifre, poca sostanza per i giovani italiani. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti tra conseguenze legate alle dipendenze, all’inattività e all’analfabetismo funzionale.
Il bilancio complessivo delle politiche giovanili in Italia parla chiaro. A fronte di milioni di euro spesi in progettualità spesso inconsistenti, il Paese non può vantare una sola buona pratica nazionale realmente sostenibile e di impatto. Nessun modello replicabile, nessuna politica strutturale capace di migliorare nel tempo le condizioni delle nuove generazioni. Solo tanta narrazione, molta retorica e una comunicazione istituzionale che si autoassolve, mentre il disagio giovanile resta lì, intatto, fuori dallo schermo.
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