20 Luglio 2026
PoliticaSardegna

Politiche giovanili: si discute ancora della (fallimentare) Carta Giovani in conferenza Stato-Regioni.

A oltre un anno di tavoli tecnici, annunci e incontri istituzionali, il confronto tra il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi e gli assessori regionali delle Politiche sociali si arena, ancora una volta, su vecchie ricette e progetti di piccolo cabotaggio, come la tanto sbandierata Carta Giovani. Nulla di nuovo, se non il reiterato tentativo di riproporre strumenti già sperimentati con scarsi risultati, evitando di affrontare la vera urgenza: includere davvero i giovani nei processi decisionali che li riguardano.

Nel terzo incontro tra ministero e Regioni, introdotto dalla coordinatrice della Commissione Politiche sociali Caterina Capponi, si è tornati a parlare della necessità di valorizzare il ruolo attivo delle nuove generazioni nella società. Parole, appunto. Perché nei fatti, la gestione dei milioni di euro del Fondo nazionale per le politiche giovanili continua a escludere i principali interessati: i giovani stessi. Oltre 80 milioni di euro, a tanto ammonta la dotazione del Fondo, ad oggi continuamente suddivisa tra Stato, Regioni, Province, Comuni e Aree metropolitane senza alcun minimo coinvolgimento dei giovani. Beneficiari, di fatto, chiamati in causa ex-post quando tutti i giochi sono stati portati a termine dalle varie entità istituzionali. Una conferma di scarso impatto e di ennesime iniziative calate dall’alto che non parlano delle esigenze dei giovani.

Nonostante i buoni propositi sulla “valorizzazione” e sulla “condivisione di strategie”, come sottolineato dal ministro Abodi, manca dunque ancora il principio fondamentale della co-programmazione con i giovani. Un principio che non dovrebbe essere un’aggiunta opzionale, ma la base di qualsiasi politica realmente partecipata e innovativa. Al contrario, va rimarcato, a decidere come impiegare i fondi sono sempre e solo le istituzioni, senza alcun coinvolgimento strutturato della rappresentanza giovanile.

I progetti presentati – come Rete, la Carta Giovani e gli Spazi civici di comunità – sembrano più un tentativo di mettere mano a iniziative esistenti che non hanno mai avuto reale impatto, piuttosto che un vero ripensamento delle politiche giovanili. Si resta fermi a logiche top-down, a strumenti digitali scarsamente utilizzati (vogliamo parlare di Giovani2030 e delle sue visualizzazioni su Youtube?), a progetti spesso calati dall’alto e poco aderenti ai reali bisogni dei territori e delle nuove generazioni.

Le Regioni, da parte loro, chiedono un incremento delle risorse e una quota maggiore di fondi direttamente gestiti. Ma anche qui, manca l’autocritica: la centralità dei giovani come protagonisti del cambiamento è ancora lontana, soffocata tra burocrazia e logiche di potere. Perchè dare, dunque, più risorse in un siffatto contesto di autoreferenzialità? Per finanziare l’ennesimo progetto “busta” sulla partecipazione attiva dei giovani? Andiamo, siamo nel 2025.

Sul fronte del Servizio Civile Universale, le Regioni hanno ribadito l’importanza del Tavolo tecnico nazionale e dell’Accordo quadro triennale siglato nel dicembre 2024, chiedendo aggiornamenti normativi al decreto legislativo 40/2017. Ma anche in questo caso, il nodo resta lo stesso: si parla dei giovani, senza i giovani.

Il ministro ha annunciato poi l’arrivo di un disegno di legge delega dedicato alle politiche giovanili, con l’obiettivo di razionalizzare l’attuale frammentazione normativa. Una proposta che potrebbe rappresentare un passo in avanti, ma che rischia di restare l’ennesima riforma scritta senza ascolto, senza partecipazione e senza futuro.

Il prossimo incontro è previsto per metà luglio. Ma se non cambierà l’approccio, sarà solo un’altra occasione persa per trasformare retorica in realtà e confermare quanto, ancora oggi, i giovani restino spettatori nel teatro delle decisioni che li riguardano.