10 Luglio 2026
Politica

Politiche giovanili, ancora milioni distribuiti senza ascoltare i giovani.

Il nuovo decreto di riparto del Fondo per le Politiche Giovanili 2026 conferma una prassi ormai strutturale del sistema italiano: si continuano a distribuire risorse pubbliche consistenti in nome dei giovani senza modificare il paradigma che negli ultimi anni ha prodotto interventi spesso frammentati, scarsamente leggibili e soprattutto privi di una reale architettura partecipativa.

Il Fondo ammonta quest’anno a 48 milioni 456 mila 921 euro (decisamente in calo rispetto al passato): quasi cinquanta milioni di euro destinati formalmente a sostenere opportunità, inclusione, autonomia e protagonismo delle nuove generazioni. Ma ancora una volta il nodo politico resta inalterato: il denaro viene ripartito, i capitoli vengono elencati, le finalità vengono ribadite, mentre continua a mancare qualsiasi obbligo per le istituzioni pubbliche (nazionali e periferiche) di aprire la programmazione degli interventi ai giovani reali, alle organizzazioni giovanili qualificate, alle reti territoriali che ogni giorno operano nelle periferie sociali e geografiche del Paese.

La distribuzione delle risorse fotografa un’impostazione che privilegia ancora fortemente la centralizzazione. Alla quota nazionale va il 47% del Fondo, pari a 22 milioni 774 mila 753 euro, una massa finanziaria che resta nella disponibilità diretta del Dipartimento per le Politiche Giovanili e del Servizio Civile Universale. È qui che si concentra quasi metà dell’intero stanziamento, destinato a un insieme molto ampio di azioni che comprendono (sulla carta ovviamente) inclusione sociale dei NEET, accesso al credito, voucher per stage, formazione, Campi Giovani, Carta Giovani Nazionale, iniziative culturali, progetti europei, monitoraggio e campagne istituzionali. Il decreto elenca tutto, ma non definisce con precisione il rapporto tra spesa e risultati, né stabilisce indicatori pubblici obbligatori che consentano di capire quali misure producano davvero effetti verificabili sulle condizioni di vita dei giovani italiani.

Anzi, il testo prevede che fino al 10% della stessa quota nazionale possa essere utilizzato per attività strumentali, studi, supporti specialistici, valutazioni tecniche, monitoraggi e consulenze funzionali all’azione governativa. Significa che oltre due milioni di euro possono essere assorbiti da attività preparatorie o di accompagnamento amministrativo, mentre il sistema continua a non sciogliere la domanda fondamentale: quale visione politica sorregge davvero questa spesa?

La parte territoriale del Fondo viene distribuita secondo criteri già definiti nell’intesa con Regioni ed enti locali. Alle Regioni e alle Province autonome vanno 13 milioni 567 mila 937 euro, con una ripartizione che assegna alla Lombardia quasi 1 milione 920 mila euro, alla Campania oltre 1 milione 354 mila euro, alla Sicilia più di 1 milione 246 mila euro, al Lazio oltre 1 milione 166 mila euro, mentre Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Puglia e Toscana si collocano tutte intorno o sopra i novecentomila euro. Anche l’ANCI riceve una quota molto significativa: 10 milioni 660 mila 523 euro destinati ai Comuni e alle Città metropolitane. Alle Province, attraverso UPI, vengono assegnati 1 milione 453 mila 708 euro.

Sono cifre rilevanti, che in un sistema realmente orientato alla trasformazione sociale dovrebbero imporre un salto di qualità nelle modalità decisionali. Invece il decreto continua a non prevedere alcun vincolo sostanziale di co-programmazione con i giovani nei territori. Non esiste alcun obbligo per Regioni, Comuni, Province o amministrazioni centrali di convocare consulte giovanili, organizzazioni associative qualificate, reti civiche o soggetti rappresentativi delle nuove generazioni prima di definire priorità, bandi, interventi e criteri di spesa. La partecipazione resta evocata sul piano retorico ma esclusa sul piano procedurale.

Questo è il punto politico più grave. Perché mentre il decreto richiama continuamente protagonismo, inclusione, cittadinanza attiva e partecipazione, nella struttura concreta delle decisioni pubbliche continua a dominare una logica verticale in cui il giovane resta destinatario passivo di misure pensate altrove. Le periferie sociali, le aree interne, i territori marginali continuano a essere evocati come luoghi di intervento ma non come luoghi di elaborazione. Qui, di protagonismo giovanile, nei fatti, non c’è ombra.

Il risultato è che le politiche giovanili italiane continuano a produrre un paradosso sempre più evidente: una crescente quantità di risorse senza una corrispondente crescita di impatto pubblico misurabile. Si finanziano campagne, strumenti comunicativi, eventi, pubblicazioni, diffusione della Carta Giovani Nazionale, iniziative simboliche, senza che emerga una strategia nazionale capace di leggere sistematicamente i bisogni reali delle nuove generazioni nel tempo presente.

Eppure il contesto richiederebbe ben altro. Il disagio giovanile cresce, l’emigrazione interna ed esterna continua, l’accesso all’autonomia abitativa si restringe, la precarietà lavorativa si normalizza, il rapporto tra giovani e istituzioni si indebolisce. Di fronte a questo scenario, la macchina pubblica continua invece a replicare un modello amministrativo autocelebrativo: si moltiplicano gli strumenti ma non si costruiscono sedi permanenti di confronto. L’analisi dei bisogni è inutile in questo Paese?

Una prassi che denota anche la conferma dell’inazione degli organi ed enti impegnati nel settore. Nessuna critica, manco un post, è stato espresso, come di consuetudine, dal Consiglio Nazionale dei Giovani (perchè non liquidarlo?) e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù.

La verità è che anche questo decreto conferma una tendenza consolidata: le politiche giovanili italiane continuano a muoversi più sul terreno dell’enunciazione che su quello della riforma democratica dei processi decisionali. Si continua a spendere molto, ma senza cambiare il metodo. E finché la dinamica resterà questa, il rischio è che il Fondo continui a produrre soprattutto gestione amministrativa e narrazione istituzionale, più che reale redistribuzione di potere e protagonismo tra le nuove generazioni.

foto Governo.it