Politica regionale, il solito teatrino: quando si avvicina l’assestamento di bilancio, scattano i malumori per quell’emendamento puntuale in più.
Puntuale come un orologio rotto che almeno due volte al giorno ci azzecca, con l’avvicinarsi dell’assestamento di bilancio (e manovra finanziaria) torna il solito teatrino politico. E, come da copione, non manca mai quella voce dal centrosinistra che prova a creare “il caso”: il malumore nella coalizione attraverso la creazione del “caso etico, sociale e di opportunità”. Basta che faccia rumore.
Obiettivo? Forse spingere sull’acceleratore degli “emendamenti puntuali”, ovvero quei piccoli, furbeschi interventi a favore di micro-interessi locali o lobby specifiche, che tanti milioni di euro sottrae non solo ai sardi ma anche ai colleghi di maggioranza (e opposizione vista la partecipazione alla greppia di tutte le forze del Consiglio regionale sardo).
Non è una novità. È una liturgia stanca, stropicciata, che si ripete a ogni sessione di bilancio, come se la Sardegna non avesse problemi strutturali giganteschi, ma solo un elenco di micro-rattoppi su misura per le clientele del momento.
Puntualmente, come visto anche di recente dalle parti di piazza Galilei, c’è sempre qualcuno nella maggioranza pronto a trasformare ogni discussione tecnica in un’epica battaglia morale che inscena lo scontro “per i diritti”, “per la coesione”, “per i territori dimenticati”.
In altri tempi si sarebbe parlato di “arte della mediazione democratica”. Oggi è più onesto chiamarla con il suo nome: autopromozione mascherata da politica. Perché tanto, alla fine, il sistema è collaudato e nessuno ha l’interesse a modificarlo.
Mentre i treni si fermano, la sanità arranca e la qualità della vita dei sardi peggiora giorno dopo giorno, almeno ci sarà sempre l’emendamento puntuale “per la filiera della melanzana bio a km 0” o per la “sagra della ‘banana’ e della maschera impellicciata”.
Insomma, anche nella XVII Legislatura (sfigata anche nel numero), la classe politica ha trasformato la rappresentanza democratica in una recita autoreferenziale. Parlano solo tra loro, si rispondono addosso, costruiscono micro-consensi attorno a micro-battaglie che non toccano minimamente la vita delle persone. Ma si autodefiniscono “responsabili”, “innovatori”, “pragmatici”. Lavorano 15 ore al mese e, come capitato di recente con le ultime mozioni “busta” “contro il riarmo e la guerra” e “a difesa della Palestina e contro il genocidio in atto a Gaza”, i legislatori continuano a perdere tempo (ricordiamole le 15 ore mensili) per dibattere su temi sui quali la Regione Sardegna non conta una beneamata.
La democrazia parlamentare non è morta. È solo diventata inutile, se affidata a protagonisti così poco all’altezza del compito. E ogni legge di bilancio (e assestamento) ce lo ricorda con irritante puntualità.
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