EuropaPolitica

Politica di coesione UE, un’altra bacchettata dalla Corte dei conti europea: “Fondi non riutilizzati a sufficienza”.

Gli strumenti finanziari della politica di coesione dell’UE, progettati per essere reimpiegati più volte grazie ai rimborsi ricevuti, non stanno esprimendo appieno il loro potenziale. È quanto emerge da una nuova relazione della Corte dei conti europea, che denuncia come solo un quinto degli strumenti analizzati nel periodo 2014-2020 abbia effettivamente reinvestito i capitali rientrati durante il ciclo di programmazione.

La Corte sottolinea che, nonostante gli strumenti finanziari offrano un’alternativa alle tradizionali sovvenzioni — grazie a prestiti, garanzie e investimenti azionari destinati a progetti economicamente sostenibili — la normativa vigente non incentiva in modo sufficiente il reimpiego dei fondi. Questo limita il cosiddetto “effetto rotativo”, ossia la possibilità di utilizzare più volte lo stesso capitale pubblico per sostenere nuovi beneficiari nel tempo.

Nel dettaglio, i fondi UE destinati agli strumenti finanziari sono passati da 16,9 miliardi di euro nel 2007-2013 a 31 miliardi nel 2014-2020, per poi scendere a 19,4 miliardi nell’attuale periodo 2021-2027. Circa il 5% del bilancio della coesione è stato veicolato attraverso questi strumenti, utilizzati da quasi tutti gli Stati membri, con le sole eccezioni di Irlanda e Lussemburgo.

Secondo Alejandro Blanco Fernández, membro della Corte e responsabile dell’audit, il problema sta anche nella scarsa vigilanza della Commissione europea: “Gli Stati membri dovevano comunicare i dati sul reimpiego, ma la Commissione non li ha verificati con sufficiente attenzione. Oggi non sappiamo quanti fondi siano stati davvero reinvestiti”, afferma.

Tra gli ostacoli individuati figurano la pressione sui governi a utilizzare prima i fondi assegnati, la natura pluriennale di molti investimenti e la priorità data alla partecipazione di capitali privati. Inoltre, una volta chiuso il periodo di ammissibilità, la normativa consente di convertire i rientri in sovvenzioni, riducendo di fatto la capacità degli strumenti finanziari di generare investimenti multipli nel tempo.

L’analisi su 61 strumenti finanziari del periodo 2014-2020 mostra che solo 12 hanno impiegato i rimborsi per nuovi investimenti, mentre 19 li hanno utilizzati per coprire costi di gestione. Per la Corte, serve un cambio di passo: Bruxelles e i governi nazionali dovrebbero favorire il riutilizzo sistematico dei capitali rientrati e stabilire meccanismi che rendano automatico il reinvestimento prima di richiedere ulteriori risorse.

L’indagine della Corte, ricordiamolo a Ursula e soci (e a tutti quelli che parlano tanto di contrasto alle fake news in Ue), ha riguardato 90 strumenti finanziari distribuiti su tre cicli di bilancio.

foto corte dei conti europea