15 Agosto 2026
PoliticaSardegna

PNRR, l’avvicinarsi della scadenza mostra le crepe del piano: le grandi opere sono un miraggio.

Il governo rassicura: la maggioranza dei progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è già conclusa. Trecentottantaquattromila interventi su cinquecentocinquantamila, recita la settima relazione al Parlamento. Numeri che suonano bene, finché non si guarda dall’altra parte del bilancio. Perché quella conta è, nei fatti, ingannevole: le opere portate a termine sono quasi tutte piccole, spesso piccolissime. Le grandi — quelle che pesano di più in termini di risorse, complessità e impatto reale sul paese — sono ancora in cantiere. E il tempo stringe.

A dirlo, con la consueta freddezza dei numeri, non è il principale partito di opposizione ma la Corte dei Conti, che ha analizzato un campione di circa 19.200 opere pubbliche finanziate dal Pnrr, rappresentativo di oltre l’80% dell’universo di riferimento e del 90% delle risorse finanziarie associate. Il quadro che ne emerge è tutt’altro che rassicurante.

Al mese di ottobre 2025, i progetti interamente conclusi erano 5.546, pari al 28,9% del campione in termini numerici. Una quota in crescita rispetto al 18,1% di inizio anno, ma che racconta solo una parte della storia. Quella parte nascosta – spiegano da Fondazione Openpolis – riguarda il valore economico: le opere già terminate rappresentano appena il 4,2% del valore finanziario complessivo del campione, corrispondente a circa 3,6 miliardi di euro su un totale di oltre 86 miliardi. Al contrario, i lavori ancora in corso di esecuzione assorbono quasi 78 miliardi, il 90% delle risorse analizzate. In altri termini: si è completato quasi tutto ciò che costava poco, e quasi nulla di ciò che costava davvero.

Il dato sul valore medio delle opere concluse è eloquente: 700mila euro per cantiere. Una cifra destinata a sembrare ancora più modesta se confrontata con il valore medio degli interventi già aggiudicati ma non ancora ultimati, che si attesta a 4,5 milioni di euro — oltre sei volte tanto. Le opere più grandi, quelle che richiedono più tempo, più competenze e più coordinamento, sono ancora nel mezzo del guado.

I tempi di esecuzione confermano il problema. Un’opera pubblica finanziata dal Pnrr richiede oggi in media 533 giorni, circa 18 mesi, per essere portata a termine: un incremento significativo rispetto ai 458 giorni rilevati a gennaio 2025. La fase più onerosa è quella dei lavori veri e propri, che da sola assorbe oltre il 55% del tempo complessivo, con una durata media di 294 giorni in decisa crescita rispetto ai 226 di inizio anno. E la relazione è diretta con le dimensioni economiche degli interventi: le opere sotto il milione di euro si chiudono mediamente in 494 giorni, quelle tra uno e due milioni ne richiedono 722, quelle sopra i cinque milioni arrivano a sfiorare i 1.200 giorni — quaranta mesi. Un orizzonte temporale che mal si concilia con le scadenze del piano.

In questo scenario non mancano le sorprese. Tra le regioni, il Mezzogiorno si rivela paradossalmente più rapido: le opere realizzate nel Sud hanno richiesto in media 460 giorni, contro i 526 del Centro e i 579 del Nord. Un risultato che la Corte dei Conti spiega in parte con la minore dimensione finanziaria media dei progetti meridionali, ma che potrebbe anche segnalare una certa efficacia delle procedure semplificate introdotte proprio per contrastare i tradizionali ritardi del Sud. I tempi peggiori, invece, appartengono ai progetti di carattere nazionale e multi-regionale: oltre mille giorni, in media, per interventi di grande complessità tecnica e finanziaria.

Il messaggio della Corte dei Conti è chiaro, anche se formulato con il prudente linguaggio istituzionale che le è proprio: il programma procede, ma non accelera. E mentre si avvicina la scadenza finale, entrano in fase esecutiva proprio gli interventi più onerosi e difficili, quelli che per loro natura richiedono i tempi più lunghi. Numeri alla mano, il rischio non è di poco conto: che il Pnrr venga ricordato come il piano che ha asfaltato molte strade secondarie, ma non ha cambiato il volto del paese.

Noi non ne abbiamo mai dubitato.

foto Governo.it