PNRR, il conto alla rovescia è iniziato: cosa succederà il 30 giugno
Il tempo stringe. Il 30 giugno 2026 si avvicina e con esso la scadenza formale del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il più ambizioso programma di investimenti pubblici della storia repubblicana recente. Eppure, a poche settimane dal gong finale, il quadro resta nebuloso: non è ancora chiaro cosa accadrà ai progetti finanziati dal PNRR che a quella data non risulteranno completati.
Sessanta misure senza scappatoie.
Non tutti gli investimenti del piano devono necessariamente concludersi entro il 30 giugno. Ma per 60 misure e sottomisure la scadenza è perentoria, suggeriscono dalla Fondazione Openpolis: sono quelle per cui la normativa europea prevede il certificato di ultimazione lavori come prova documentale del raggiungimento degli obiettivi. Si tratta di 45.506 progetti, per un valore complessivo di circa 96,4 miliardi di euro, di cui oltre 60 miliardi coperti direttamente dai fondi del piano.
Gli investimenti più consistenti riguardano il potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani e delle linee interregionali (6,5 miliardi), la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica (4,9 miliardi) e i collegamenti ad alta velocità con l’Europa del nord (4,6 miliardi).
Il nodo dei pagamenti: siamo a metà strada.
I dati aggiornati al 26 febbraio 2026 e pubblicati sul portale Italia Domani restituiscono un quadro preoccupante: per i progetti soggetti alla scadenza perentoria, lo stato di avanzamento finanziario si ferma al 49%. Sono stati erogati circa 30 miliardi su 60. Significa che, in media, metà del lavoro, e metà dei fondi , deve ancora trovare compimento in meno di tre mesi.
Le performance sono però molto disomogenee. Alcune misure sono già ben avanzate: i collegamenti ad alta velocità con il nord Europa hanno raggiunto l’81,3% di avanzamento, gli edifici della giustizia il 73,8%, i progetti di rigenerazione urbana il 72,3%. Altre, invece, sono drammaticamente indietro: il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura è fermo all’1,2%, la digitalizzazione dei parchi nazionali al 3,3%, le isole verdi al 6%.
Le scappatoie esistono, ma non per tutti.
Il quadro normativo prevede alcune vie d’uscita. La Commissione europea ha suggerito la possibilità di suddividere i progetti più grandi in lotti: le parti realizzabili entro giugno restano nel PNRR, quelle residue vengono finanziate con fondi strutturali o risorse nazionali. Una soluzione già praticata con il decreto 95/2025 e con il Fondo per l’avvio di opere indifferibili (FOI).
Per oltre 20 miliardi di euro, poi, sono stati istituiti appositi strumenti finanziari: in questi casi, entro il 30 giugno sarà sufficiente formalizzare gli accordi istitutivi dei fondi, mentre la realizzazione concreta degli interventi potrà avvenire anche successivamente. Una flessibilità che riguarda settori come energia, infrastrutture idriche, digitale, agroalimentare e housing universitario.
Il rischio: restituire i soldi a Bruxelles.
Per chi non ce la fa, le conseguenze possono essere severe. La cosiddetta clausola di reversal stabilisce che i target già raggiunti, e già pagati dall’UE, non possono essere cancellati o modificati. Se l’Italia mancasse gli obiettivi, rischierebbe di dover restituire una parte dei fondi europei già incassati. Le spese sostenute su progetti non completati entro i termini non saranno considerate ammissibili, e i soggetti attuatori inadempienti potrebbero essere sostituiti da commissari straordinari.
Un piano che corre, ma non abbastanza.
L’Italia ha già chiesto e ottenuto una nuova revisione del proprio piano, l’ennesima ricordano dalla Fondazione Openpolis, a conferma delle difficoltà di attuazione.
Il 30 giugno non sarà la fine di tutto: alcuni cantieri potranno proseguire con altri finanziamenti, altri troveranno soluzioni intermedie. Ma per decine di miliardi di euro e decine di migliaia di progetti, quella data rappresenta uno spartiacque reale. E il conto alla rovescia, ormai, è già iniziato.
foto Governo.it
