16 Ottobre 2026
Erasmus+Europa

Pluralismo negli organismi consultivi per i giovani? Un’interrogazione a Bruxelles solleva i soliti dubbi

Un’interrogazione depositata al Parlamento Europeo lo scorso 1° settembre, rimette al centro del dibattito una questione tutt’altro che marginale: chi rappresenta davvero i giovani europei nelle stanze in cui si decidono le politiche che li riguardano?

A porre la domanda è l’eurodeputata francese Catherine Griset, del gruppo Patrioti per l’Europa, critica (a ragione) verso l’architettura di organismi consultivi costruita attorno alla Strategia UE per la Gioventù 2019-2027. Un impianto che, sulla carta, dovrebbe far confluire la voce dei giovani nelle politiche comunitarie, ma che secondo la deputata rischia di funzionare come una scatola vuota, o peggio come una cassa di risonanza “delle politiche europee” senza alcuna possibilità di contraddittorio.

Una galassia di organismi, poche garanzie di pluralismo.

L’elenco stilato nell’interrogazione è lungo: il segretariato permanente del Dialogo UE con i Giovani, la Rete dei corrispondenti giovanili della Commissione presente in ogni direzione generale, la rete dei giovani professionisti interni ed esterni all’Esecutivo comunitario, il Gruppo dei portatori d’interesse giovanili UE, fino ai consigli nazionali della gioventù (quello italiano, per esempio, è veramente costoso e non si capisce quali risultati abbia mai prodotto nel merito delle politiche giovanili). Un ecosistema istituzionale nato con l’obiettivo dichiarato di “mainstreamare” la componente giovanile in tutte le politiche dell’Unione, ovvero rendere accessibili per i giovani il “bouquet” di azioni europee.

Il problema, osserva Griset (ma la lista è lunga), è che perché questi organismi possano davvero dirsi rappresentativi, dovrebbero rispecchiare la reale composizione demografica, politica e sociale dei giovani europei, senza escludere fasce della popolazione. È qui che l’interrogazione affonda il colpo, ponendo alcune domande dirette alla Commissione: con quali criteri vengono reclutati i membri di queste reti e consigli, se il reclutamento garantisce pluralità di orientamenti politici e diversità di origine sociale e geografica.

Rappresentanza o autoreferenzialità?

Al di là del linguaggio burocratico tipico degli atti parlamentari, l’interrogazione riporta alla luce un nodo che da anni accompagna le politiche giovanili europee: il rischio che organismi nati per “dare voce” ai giovani finiscano invece per selezionare, più o meno consapevolmente, un profilo di partecipante già allineato a una certa narrazione valoriale , europeista, istituzionale, difficilmente critica verso l’impianto stesso dell’Unione. Un meccanismo che trasformerebbe il dialogo strutturato in un circuito autoreferenziale, capace di produrre consenso più che di intercettare il disagio reale, la disillusione o le posizioni critiche che pure attraversano larghe fasce della gioventù europea. Il risultato? Si producono iniziative di scarso impatto e che costano miliardi di euro. Vedi l’Erasmus+.

Non è la prima volta che dal fronte sovranista e conservatore arrivano critiche di questo tenore verso i programmi europei rivolti ai giovani, spesso accusati , a torto o a ragione , di preselezionare i propri interlocutori tra una platea già ideologicamente omogenea, lasciando fuori dalla porta chi non si riconosce nella retorica ufficiale dei “valori europei”.

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