Piano Casa 2026: lo Stato torna a garantire il diritto all’abitare
È il primo maggio, giornata simbolo dei diritti dei lavoratori, e due organizzazioni sindacali che raramente siedono dalla stessa parte , ANIA Inquilini e CASA MIA Proprietari , si ritrovano a parlare con una voce sola. Il motivo è il nuovo Piano Casa 2026, approvato dal Consiglio dei Ministri del governo Meloni: un provvedimento che, secondo le due segreterie nazionali, segna una svolta dopo oltre trent’anni di assenza dello Stato dalle politiche abitative.
“Non si tratta di un semplice provvedimento”, si legge nella nota congiunta. “È la fine di oltre trent’anni di disimpegno. L’inizio di una nuova stagione in cui il diritto alla casa torna a essere un diritto sociale primario, non un privilegio per pochi”.
Il vuoto lasciato dal mercato.
Il riferimento è alla lunga stagione aperta dopo il Piano Fanfani, durante la quale lo Stato ha progressivamente abdicato al proprio ruolo, lasciando spazio a un mercato immobiliare che i sindacati definiscono speculativo e insostenibile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: famiglie schiacciate dai costi, giovani tagliati fuori dal mercato degli affitti, lavoratori costretti a destinare fino al 47% del proprio reddito all’abitazione.
Sul tema delle cosiddette “9 milioni di case vuote” , argomento spesso evocato per sostenere che nuove costruzioni sarebbero inutili , ANIA e CASA MIA smontano quello che chiamano un “mantra ideologico” : quelle abitazioni si trovano quasi tutte in piccoli centri in via di spopolamento, non nelle aree urbane dove la domanda è reale e urgente. “La vera emergenza è nelle città”, ribadiscono le due organizzazioni.
Tre assi per ripartire.
Il Piano Casa si articola su tre pilastri principali, tutti accolti favorevolmente dai sindacati.
Il primo è il recupero del patrimonio ERP: 1,7 miliardi di euro destinati a rimettere in piedi 60.000 alloggi già esistenti, senza consumare nuovo suolo. Il secondo è il Fondo Nazionale per l’Housing Sociale, dotato di 3,6 miliardi, pensato per passare dalla logica dell’emergenza a quella della programmazione strutturale. Il terzo riguarda gli investimenti privati vincolati all’interesse sociale, con il 70% degli alloggi realizzati a canone calmierato: una formula che, nelle parole dei sindacati, dimostra che “sviluppo e giustizia sociale possono convivere”.
L’allarme sugli IACP: “Non scaricate su di loro i fallimenti”.
Ma è proprio qui che le due organizzazioni alzano la voce. Gli Istituti Autonomi Case Popolari , i soggetti chiamati a gestire concretamente il Piano , versano in condizioni critiche dopo decenni di abbandono: organici ridotti all’osso, uffici tecnici insufficienti, carichi di lavoro insostenibili, assenza totale di ricambio generazionale.
“Gli IACP non sono il problema”, scrivono ANIA e CASA MIA, “ma la prima linea di un sistema abbandonato da decenni di inefficienza”. E l’avvertimento è diretto: “Non scaricate le responsabilità dell’eventuale fallimento del Piano Casa sugli IACP”.
Legalità e graduatorie: nessuna deroga.
Il documento affronta anche il tema delle occupazioni abusive, con toni netti. Le occupazioni illegali, si legge, ledono i diritti di chi aspetta in graduatoria, bloccano il turnover degli alloggi e alimentano tensioni sociali che sfociano in aggressioni violente. La linea rivendicata è chiara: legalità, equità, rispetto delle graduatorie. “Le procedure di rilascio degli alloggi occupati illegittimamente devono essere rapide, giuste e accompagnate da politiche sociali vere. Perché la solidarietà non deve trasformarsi in ingiustizia verso altri cittadini”.
Il nodo del Fondo Prima Casa.
Apprezzamento viene espresso anche per il rifinanziamento del Fondo Prima Casa con 670 milioni di euro, le garanzie rafforzate per le famiglie e le misure di alleggerimento fiscale. Strumenti definiti importanti, ma che , sottolineano i sindacati , devono integrarsi con una politica pubblica forte sull’edilizia sociale, e non sostituirla.
