Pesticidi sulle etichette alimentari: la Commissione europea dice no
Sapere se il cibo che si porta in tavola è stato prodotto con l’uso di pesticidi sintetici: una richiesta apparentemente ovvia, in un’epoca in cui i consumatori europei sono sempre più attenti a ciò che mangiano. Eppure, la Commissione europea ha risposto con un netto diniego alla proposta di introdurre un obbligo di etichettatura in tal senso, sollevando un dibattito che tocca temi cruciali come la trasparenza alimentare, la concorrenza leale tra produttori e la tutela della salute pubblica.
A sollevare la questione sono stati Yvan Verougstraete (Renew) e Sirpa Pietikäinen (PPE), con un’interrogazione scritta. I due parlamentari partono da una constatazione semplice: nell’Unione europea coesistono modelli agricoli profondamente diversi, con produttori che fanno largo uso di pesticidi sintetici e altri che li utilizzano in misura ridotta o non li impiegano affatto. Nonostante questa differenza sostanziale nei processi produttivi, le etichette dei prodotti alimentari, freschi o trasformati, non recano alcuna indicazione sull’eventuale utilizzo di tali sostanze a monte della filiera.
Secondo gli eurodeputati, questa lacuna produce effetti distorsivi su più livelli: oscura informazioni rilevanti per il consumatore, penalizza i produttori virtuosi che scelgono metodi più rispettosi della salute e dell’ambiente, e finisce per premiare chi fa un uso massiccio di pesticidi senza dover rendere conto di questa scelta al mercato.
La risposta della Commissione: “Le regole attuali sono sufficienti”.
La replica firmata dal commissario Várhelyi è netta, e si articola su due argomenti principali. Il primo è di natura tecnica: tutti gli alimenti commercializzati nell’UE devono rispettare i livelli massimi di residui di pesticidi stabiliti dal Regolamento (CE) n. 396/2005, e i controlli vengono effettuati su oltre 110.000 campioni alimentari ogni anno, raccolti negli Stati membri oltre che in Norvegia e Islanda. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) pubblica annualmente un rapporto dettagliato sui risultati: l’ultimo disponibile indica che il 58% dei campioni analizzati era privo di residui quantificabili e che il 38% presentava residui entro i limiti di legge.
Il secondo argomento è di natura politica ed economica: dato che l’EFSA ha accertato in modo costante, nel corso degli anni, che l’esposizione dei consumatori ai residui di pesticidi è molto limitata e non desta preoccupazioni per la salute, la Commissione ritiene che introdurre ulteriori obblighi di etichettatura genererebbe oneri amministrativi significativi per gli operatori del settore alimentare senza tradursi in un reale miglioramento della tutela della salute, già garantita dalle norme vigenti.
Il dibattito resta aperto.
La posizione della Commissione non è priva di una sua coerenza normativa, ma lascia irrisolte le questioni più delicate sollevate dagli europarlamentari. Il problema, come evidenziato nell’interrogazione, non riguarda esclusivamente la sicurezza alimentare in senso stretto, sulla quale le soglie massime di residui svolgono effettivamente una funzione di garanzia, ma investe anche il diritto del consumatore a una scelta consapevole e le condizioni di concorrenza tra modelli agricoli diversi.
Un agricoltore biologico che investe risorse per evitare l’uso di pesticidi si trova oggi sullo stesso piano, in termini di comunicazione al consumatore, di chi invece li utilizza sistematicamente. L’etichetta non distingue, il mercato non premia, la trasparenza resta opaca.
La Commissione ha per ora scelto di non intervenire, ritenendo il quadro normativo esistente adeguato. Ma con il dibattito sulla sostenibilità agricola sempre più al centro dell’agenda europea, è probabile che la questione torni presto sul tavolo.
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