11 Giugno 2026
Politica

Pechino, maggio 2026: Trump, Putin e Xi nella stessa fotografia. Il mondo che cambia, ma non come sembra

Ci sono momenti nella storia delle relazioni internazionali che trascendono l’evento che li ha prodotti e acquisiscono un valore simbolico autonomo. Yalta nel 1945. Nixon e Mao nel 1972. Reagan e Gorbaciov a Reykjavik nel 1986. A quell’elenco , con tutte le proporzioni del caso , potrebbe aggiungersi Pechino nel maggio 2026, quando Donald Trump e Vladimir Putin si sono recati in Cina in successione ravvicinata, entrambi ospiti di Xi Jinping in occasione di eventi organizzati dal governo cinese.

Per la prima volta in molti anni, Pechino si è trovata simultaneamente nella posizione di ospite e di perno del dialogo tra le altre due grandi potenze militari del pianeta. L’immagine è potente. Ma la fotografia, come tutte le fotografie, cattura un istante , e non necessariamente la realtà.

Tre potenze, tre modelli di potere.

Il primo errore da evitare , secondo l’esperto dell’IFIMES Corneliu Pivariu, è quello di considerare Stati Uniti, Cina e Russia come attori comparabili e interscambiabili. Non lo sono. Ciascuno basa la propria influenza globale su una combinazione diversa di risorse, e questa asimmetria strutturale è forse l’elemento più importante per capire il mondo che sta emergendo.

Gli Stati Uniti rimangono l’unica potenza che esercita contemporaneamente una superiorità o una forte competitività su quasi tutte le dimensioni rilevanti del potere moderno: economia, finanza, tecnologia, capacità militare di proiezione globale e rete di alleanze. Il dollaro continua a essere la valuta di riserva mondiale. La marina americana è l’unica in grado di operare simultaneamente e in modo sostenuto su tutti gli oceani del pianeta. Le università d’élite, gli ecosistemi imprenditoriali e le grandi aziende tecnologiche concentrano ancora negli Stati Uniti il cuore dell’innovazione globale. Tutto questo coesiste con vulnerabilità reali: polarizzazione politica interna, debito pubblico in crescita, difficoltà a sostenere impegni strategici su fronti multipli.

La Cina è invece il caso più spettacolare di trasformazione strategica degli ultimi decenni. Nessun’altra economia produce un volume comparabile di beni manufatti o possiede una capacità industriale altrettanto estesa. Pechino è il principale partner commerciale di decine di Paesi, la Belt and Road Initiative ha esteso la presenza economica e infrastrutturale cinese su tre continenti, e gli investimenti in intelligenza artificiale, comunicazioni di nuova generazione e tecnologie energetiche sono imponenti. Eppure la Cina non è ancora una superpotenza compiuta nel senso in cui lo sono gli Stati Uniti: la sua valuta non svolge il ruolo del dollaro, la rete di alleanze è incomparabilmente più ridotta, e la capacità di proiezione militare globale è in sviluppo ma ancora limitata. La sfida demografica, la dipendenza energetica dall’estero e la vulnerabilità delle rotte marittime sono altrettanti vincoli strutturali.

La Russia è forse il caso più difficile da inquadrare per l’osservatore occidentale, perché contraddice la logica economica tradizionale. Il PIL russo è inferiore a quello di molte singole economie europee. Eppure Mosca rimane uno dei due grandi arsenali nucleari del pianeta , l’unico Stato in grado di distruggere reciprocamente gli Stati Uniti in un conflitto strategico su larga scala. La posizione geografica al cuore dell’Eurasia, le risorse energetiche e minerarie, e la capacità militare convenzionale consentono a Mosca di esercitare un’influenza globale sproporzionata rispetto alle sue dimensioni economiche. La Russia è, in questo senso, l’esempio contemporaneo più rilevante della distinzione tra potere economico e potere strategico.

Rivalità e interdipendenza: il paradosso del nostro tempo.

Se la fotografia di Pechino suggerisce una convergenza tra i tre leader, l’analisi degli interessi strategici reali racconta una storia assai più complessa. La rivalità tra Washington e Pechino per la leadership tecnologica ed economica del XXI secolo è il confronto più importante del nostro tempo , non una tensione temporanea ma un’espressione di competizione strutturale destinata a definire i prossimi decenni. Taiwan rimane uno dei punti di attrito più sensibili. Il decoupling selettivo nei settori considerati strategici avanza, nonostante le economie dei due paesi restino profondamente interconnesse , tanto che alcuni economisti hanno coniato il termine “Chimerica” per descrivere questa paradossale combinazione di interdipendenza e rivalità.

Le relazioni tra Washington e Mosca sono segnate da una sfiducia strategica accumulata in decenni, che il conflitto in Ucraina ha reso ancora più profonda. Eppure i due maggiori arsenali nucleari del pianeta non possono permettersi di non parlarsi: persino nelle fasi di massima tensione, i canali di comunicazione sono stati mantenuti per evitare escalation incontrollate.

La relazione sino-russa, spesso presentata come uno dei pilastri del nuovo ordine multipolare, è in realtà una partnership flessibile più che un’alleanza classica. La cooperazione è reale e si è intensificata negli ultimi anni in campo energetico, commerciale e diplomatico. Ma lo squilibrio economico tra i due Paesi , con un’economia cinese di dimensioni enormemente superiori , genera inevitabilmente preoccupazioni russe riguardo a una dipendenza eccessiva. Non è un caso che, anche dopo l’incontro Xi-Putin del maggio 2026, l’accordo sul gasdotto Power of Siberia 2 non fosse ancora concluso: a dimostrazione che persino tra alleati strategici gli interessi economici divergono.

Tutto questo non esclude però l’esistenza di interessi comuni profondi. Nessuna delle tre potenze ha interesse a un conflitto nucleare, al collasso del commercio mondiale o alla destabilizzazione sistemica. La stabilità economica globale, la gestione dei rischi tecnologici, il contrasto alle minacce transnazionali e la prevenzione del caos internazionale sono obiettivi condivisi che nessuno dei tre attori può perseguire da solo. Il paradosso centrale della nostra epoca è precisamente questo: i maggiori competitori globali sono anche i maggiori co-garanti della stabilità del sistema che li ospita.

Quello che la fotografia non mostra.

Ma il limite più importante dell’immagine di Pechino è un altro: la fotografia non rappresenta il mondo multipolare emergente. Lo rappresenta solo parzialmente.

L’assenza più evidente è quella dell’India. Con una popolazione che ha superato quella cinese, una delle economie a più rapida crescita del mondo, un settore tecnologico in espansione, forze armate significative e armi nucleari, Nuova Delhi sta consolidando progressivamente il suo status di grande potenza. La sua posizione geografica le garantisce accesso a una delle regioni marittime più importanti del pianeta. E la sua politica estera, caratterizzata da una flessibilità strategica che le consente di cooperare simultaneamente con Washington, mantenere relazioni funzionali con Mosca e sviluppare legami economici con Pechino senza allinearsi pienamente a nessun campo, la rende probabilmente il candidato più credibile a diventare il quarto polo del sistema internazionale.

L’Europa è un’altra assenza significativa. Come insieme, l’Unione Europea rappresenta una delle maggiori economie mondiali, un importante centro tecnologico e un polo commerciale di primo rango. Ma il potere economico non si traduce automaticamente in potere geopolitico, e l’assenza di un’autorità politica e strategica unificata continua a limitare la capacità dell’UE di agire come polo autonomo. L’Europa è troppo importante per essere ignorata, ma non abbastanza consolidata strategicamente per essere considerata l’equivalente diretto delle tre grandi potenze.

A questi si aggiungono gli attori del cosiddetto Global South , un termine che non indica un blocco omogeneo ma una molteplicità di stati, dal Brasile alla Turchia, dall’Arabia Saudita all’Indonesia, che condividono l’interesse a una distribuzione più equilibrata dell’influenza internazionale e che, collettivamente, contribuiscono alla frammentazione dei centri di potere e alla riduzione della capacità dei grandi attori di controllare unilateralmente l’agenda globale.

E poi c’è la categoria di attori forse più significativa tra quelle assenti dalla fotografia: i non-statali. Le grandi aziende tecnologiche gestiscono piattaforme usate da miliardi di persone e controllano infrastrutture digitali senza le quali l’economia contemporanea non potrebbe funzionare. Gli algoritmi influenzano l’accesso all’informazione e la formazione dell’opinione pubblica a un grado senza precedenti. Il controllo sui dati, sulle capacità computazionali e sulle infrastrutture digitali sta diventando importante quanto il controllo sulle risorse naturali o sullo spazio geografico. La fotografia mostra i leader di stati, ma non cattura i molti attori che già oggi contribuiscono a plasmare l’ordine mondiale.

Verso quale tipo di multipolarità?

Il mondo che emerge non ha un esito predeterminato. Tre scenari principali sono plausibili.

Nel più favorevole, le grandi potenze riescono ad accettare la coesistenza di centri multipli di influenza e a sviluppare meccanismi efficaci per gestire la competizione. La rivalità non scompare, ma diventa prevedibile e governabile. Si tratta dello scenario che offrirebbe il maggiore livello di stabilità globale, ma la cui realizzazione richiederebbe un grado di fiducia reciproca e di volontà politica che raramente si trova nei periodi di ridistribuzione del potere.

Il secondo scenario , probabilmente il più coerente con le tendenze attuali , prevede la prosecuzione della competizione strategica senza che essa degeneri in un conflitto maggiore. Una multipolarità competitiva gestita, imperfetta ma funzionale, in cui i meccanismi per limitare l’escalation coesistono con rivalità permanenti e crisi periodiche.

Il terzo, e più pericoloso, è quello in cui la competizione evolve in una frammentazione sistemica generalizzata: blocchi geopolitici contrapposti separati da barriere commerciali, tecnologiche e finanziarie, con le tecnologie emergenti , intelligenza artificiale, cyberwarfare, sistemi autonomi , che amplificano le tensioni invece di attutirle. La sua caratteristica più insidiosa non sarebbe necessariamente una guerra mondiale tradizionale, ma l’accumulo simultaneo di crisi regionali, economiche, tecnologiche e informative capaci di erodere gradualmente la stabilità internazionale.

La realtà futura conterrà con ogni probabilità elementi di tutti e tre gli scenari. La caratteristica dominante del sistema internazionale del XXI secolo sarà quasi certamente il processo continuo di ribilanciamento del potere , non un equilibrio stabile, ma una rinegoziazione permanente delle gerarchie globali.

foto thewhitehouse.gov