Patto Ue-India sulla migrazione: nessuna valutazione di impatto dalla Commissione Ue
Un accordo sulla mobilità dei lavoratori indiani verso l’Europa, un ufficio di orientamento finanziato con fondi europei, e nessuna valutazione d’impatto sull’immigrazione. È su questi elementi che si è acceso il dibattito al Parlamento europeo dopo il vertice UE-India del 27 gennaio scorso, con un gruppo di eurodeputati conservatori svedesi del gruppo ECR, Charlie Weimers, Beatrice Timgren e Dick Erixon, che hanno presentato due interrogazioni scritte alla Commissione europea per chiedere conto dei contenuti e delle implicazioni dell’intesa.
Cosa prevede l’accordo?
Al 16° Vertice UE-India, l’Unione europea e Nuova Delhi hanno firmato un Memorandum d’Intesa su un quadro generale di cooperazione in materia di mobilità, accompagnato dall’annuncio dell’apertura di un European Legal Gateway Office in India, uno sportello unico destinato a fornire informazioni e assistenza ai lavoratori indiani del settore informatico e delle telecomunicazioni che intendono trasferirsi in Europa, nonché a studenti e ricercatori. La durata prevista del progetto pilota è di 26 mesi, per un costo stimato di 3,9 milioni di euro.
Le domande degli eurodeputati.
I parlamentari ECR hanno sollevato tre ordini di questioni. Innanzitutto, hanno chiesto se la Commissione avesse condotto una valutazione d’impatto sui flussi migratori, legali e illegali, che l’accordo potrebbe generare dall’India verso l’UE. In secondo luogo, hanno chiesto chiarimenti sugli impegni concreti in materia di mobilità e sulla loro tempistica. Infine, hanno interrogato la Commissione su come intenda monitorare gli effetti migratori dell’accordo e garantire la cooperazione sui rimpatri.
La “Commissione di Ursula”: “Nessun obbligo, nessuna quota”.
La risposta, firmata dal commissario Brunner, è improntata alla cautela istituzionale. “Il Memorandum d’Intesa – precisa -, è uno strumento giuridicamente non vincolante: non crea nuovi obblighi né per l’UE né per gli Stati membri. La sovranità nazionale in materia di ammissione dei lavoratori stranieri resta intatta e ogni Paese membro conserva il diritto di determinare autonomamente i volumi di ingresso di cittadini di Paesi terzi per motivi di lavoro. La partecipazione degli Stati membri alle attività previste dal memorandum sarà, inoltre, su base volontaria”.
Quanto allo sportello europeo in India, la Commissione chiarisce che non esiste alcun obiettivo numerico di lavoratori da ammettere nell’UE: il Gateway Office si limiterà a fornire informazioni e supporto, senza gestire direttamente flussi o procedure di ammissione.
Sul fronte dei rimpatri, Bruxelles ricorda che la cooperazione con Nuova Delhi in materia di reammissione viene già valutata annualmente nell’ambito del meccanismo previsto dall’articolo 25(a) del Codice dei Visti, e che il memorandum riafferma l’impegno reciproco a cooperare pienamente su questo versante.
Il nodo politico.
Al di là delle rassicurazioni tecniche della Commissione, il dibattito politico sottostante è tutt’altro che sopito. Gli eurodeputati ECR contestano infatti l’assenza di una valutazione preventiva degli impatti migratori, una lacuna che rende impossibile misurare le reali conseguenze dell’accordo sui flussi verso l’Europa. La Commissione, dal canto suo, non risponde direttamente a questa critica, limitandosi a ricordare che il monitoraggio dei flussi migratori dall’India avviene in modo continuativo attraverso diverse fonti, inclusa l’agenzia Frontex.
Un accordo presentato come strumento di “mobilità dei talenti”, dunque, ma che già divide le istituzioni europee tra chi lo vede come un passo necessario verso una gestione più ordinata e legale della migrazione qualificata, e chi teme che apra canali difficili da controllare senza adeguate garanzie preventive.
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