Parlamento italiano: sanzioni alla Russia da allentare dopo il conflitto
La maggioranza di governo Meloni ha approvato alla Camera una risoluzione che prevede la rimozione graduale delle sanzioni contro la Russia a seguito di una risoluzione del conflitto in Ucraina. Il documento è stato portato al voto dopo il discorso in Parlamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista del vertice UE del 18 e 19 giugno.
Il testo ha ottenuto 170 voti favorevoli, 138 contrari e tre astensioni.
Il documento riafferma le posizioni italiane sui principali temi all’ordine del giorno europeo, a cominciare dalla crisi ucraina. Il governo si impegna a lavorare in tutte le sedi per “una pace sostenibile e duratura in Ucraina, nel pieno rispetto della sua sovranità e indipendenza.” Fin qui, la linea consolidata dell’esecutivo.
La novità sta in un passaggio che introduce la prospettiva di un “allentamento graduale delle sanzioni a conflitto concluso”, proponendo di utilizzarle come leva negoziale nei colloqui di pace. Una formulazione che ammorbidisce il testo rispetto alle versioni precedenti, frutto dell’influenza della Lega — partito della coalizione di governo da tempo accusato di deviare dalla linea filo-ucraina condivisa dai partner europei.
Tutte le risoluzioni alternative, presentate dall’opposizione, sono state respinte. Tra queste, anche quella del neonato partito Futuro Nazionale, che aveva chiesto l’interruzione dei finanziamenti e del sostegno all’Ucraina, nonché il blocco del suo percorso di adesione all’Unione europea.
Meloni: “Serve un negoziatore unico per l’Europa”.
Nel suo discorso parlamentare, Meloni ha difeso la necessità di mantenere aperto il dialogo con Mosca, affinché l’Europa possa conservare un ruolo attivo nel processo di risoluzione del conflitto. La premier ha anche lanciato una proposta destinata a fare discutere in sede europea: la nomina di un singolo negoziatore dell’UE per i colloqui di pace, senza tuttavia indicare nomi.
Una posizione che riflette la volontà italiana di ritagliarsi uno spazio autonomo nella partita diplomatica, in un momento in cui le capitali europee faticano a parlare con una voce sola.
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