17 Luglio 2026
Sardegna

Oro illegale, Greenpeace: “Italia primo importatore extra-UE”

Nel 2025 quasi metà dell’oro proveniente da Paesi extra-UE sarebbe transitata attraverso l’Italia, che si configurerebbe come uno dei principali punti di accesso del metallo prezioso in Europa, senza che su queste importazioni venga effettuato alcun controllo. È quanto emerge da una nuova inchiesta di Greenpeace, intitolata “Corsa all’oro illegale”, dedicata alla filiera del metallo prezioso importato nel nostro Paese. L’indagine viene diffusa al termine del tour europeo di alcuni leader indigeni dell’Amazzonia brasiliana, riuniti nei giorni scorsi per un’iniziativa di Greenpeace Brasile volta a discutere con esponenti politici e altri interlocutori l’impatto dell’attività estrattiva sui territori indigeni.

MiniereOro_illegali_Nativi_2, credit © Greenpeace
Miniere d’oro illegali, foto credit © Greenpeace

Secondo i dati raccolti dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, lo scorso anno il nostro Paese sarebbe stato il primo importatore di oro extra-UE, con sette lingotti su dieci, pari a circa 148 tonnellate, provenienti da paesi in cui la tracciabilità risulterebbe debole o quasi del tutto assente. Dal 2021 gli Stati membri dell’Unione sono tenuti a effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e degli altri metalli, ma secondo Greenpeace il governo italiano non avrebbe ancora adempiuto a questo obbligo, risultando incapace, dopo cinque anni, di garantire la provenienza legale del metallo importato. Lo stesso Ministero delle Imprese e del Made in Italy, interpellato dall’associazione ambientalista, avrebbe ammesso l’assenza totale di ispezioni e sanzioni, attribuendola a ostacoli di natura puramente amministrativa.

La campaigner Foreste di Greenpeace Italia, Martina Borghi, ha definito la situazione paradossale, sottolineando come il nostro Paese figuri tra i maggiori importatori europei pur mantenendo una tracciabilità descritta come un vero e proprio buco nero. Borghi ha evidenziato che, mentre altri Stati pubblicano report annuali sui controlli effettuati, l’Italia resterebbe ferma al palo nell’applicazione della normativa comunitaria sui cosiddetti minerali provenienti da zone di conflitto, in vigore dal 2021, chiedendo all’Unione Europea e al governo italiano regole più severe sulla tracciabilità dell’oro.

MiniereOro_illegali_Nativi_2, credit © Greenpeace
Miniere d’oro illegali, foto credit © Greenpeace

Il problema, secondo l’inchiesta, riguarderebbe anche il livello comunitario: mentre Bruxelles richiederebbe maggiore trasparenza, la domanda europea di oro sarebbe in aumento senza un corrispondente rafforzamento dei controlli. Le importazioni di oro nell’Unione sarebbero infatti cresciute del 26% tra il 2023 e il 2025, per un totale di 1.633 tonnellate negli ultimi cinque anni e un giro d’affari stimato in 81,2 miliardi di euro. Nel frattempo, la cosiddetta EU Whitelist, l’elenco che dovrebbe certificare gli impianti di fusione e raffinazione responsabili a livello globale, non sarebbe ancora stata istituita, come confermato dalla Commissione Europea a Greenpeace.

Il Brasile resterebbe un nodo particolarmente critico della filiera, come già evidenziato da una precedente inchiesta di Greenpeace dedicata al riciclaggio dell’oro estratto illegalmente in Amazzonia attraverso le falle del sistema brasiliano. L’Italia sarebbe il secondo paese importatore di oro brasiliano dopo la Germania. Anche Emirati Arabi Uniti e Svizzera, primi due Paesi extra-UE da cui l’Italia si approvvigiona, rappresenterebbero snodi poco trasparenti: Dubai come uno dei principali hub mondiali per la compravendita e il transito dell’oro, soprattutto proveniente da Africa e Asia, e la Svizzera per la presenza di alcune delle maggiori raffinerie al mondo. Una rete di flussi che, in assenza di controlli rigorosi, rischierebbe di alimentare un circuito esposto al riciclaggio, reso ancora più difficile da tracciare una volta che il metallo passa attraverso le fasi di fusione e raffinazione.

foto credit © Greenpeace