18 Luglio 2026
Europa

Orbán, il gasdotto e il nuovo corso di Budapest: chi aveva ragione?

C’è chi dirà che Viktor Orbán aveva ragione. E in parte, almeno sul piano pragmatico, non avrà tutti i torti.

Per mesi il premier ungherese ha bloccato il via libera al prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, agitando come giustificazione il danneggiamento del gasdotto Druzhba, colpito da un attacco di droni a gennaio, che rifornisce Ungheria e Slovacchia di petrolio russo. Una mossa che i suoi critici avevano liquidato come un pretesto filorusso, un sabotaggio travestito da tutela degli interessi nazionali. Oggi, però, il quadro si complica.

Il voltafaccia di Zelenskyy.

A Berlino, durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha annunciato che il gasdotto Druzhba sarà riparato entro la fine di aprile, “non completamente, ma abbastanza da renderlo operativo”. E lo ha fatto esplicitamente collegando questo impegno a una contropartita politica: il via libera ungherese al prestito europeo per l’Ucraina. “Crediamo che questo coincida con altri impegni degli Stati membri dell’UE, in particolare dell’Ungheria”, ha detto Zelenskyy senza mezzi termini.

In altre parole: Kiev ripristina il flusso energetico verso Budapest e l’Ungheria sblocca i fondi per Kiev. Un accordo pragmatico che, involontariamente, dà ragione ad Orbán sul fatto che il gasdotto era una leva negoziale reale, non un pretesto.

Le ragioni di Orbán e i suoi limiti.

Va detto con chiarezza: le posizioni di Orbán sull’Ucraina non nascono nel vuoto. L’Ungheria dipende in misura significativa dalle forniture energetiche russe, e il premier ha sempre sostenuto che le sanzioni europee e il taglio ai rifornimenti energetici colpiscono la propria economia più di quanto danneggino Mosca. Su questo punto specifico, molti economisti gli hanno dato almeno parzialmente ragione.

Tuttavia, il veto al prestito europeo è andato ben oltre la difesa degli interessi energetici nazionali, trasformandosi in uno strumento di pressione politica sistematica che ha indebolito la coesione occidentale in un momento cruciale del conflitto. Usare il bisogno di gasolio come clava per bloccare miliardi destinati a un paese in guerra è una scelta che difficilmente può essere definita semplicemente “pragmatica”.

Il cambio della guardia a Budapest.

La vittoria schiacciante di Péter Magyar alle elezioni ungheresi ha però cambiato le carte in tavola. Il premier-designato ha già segnalato lunedì la propria disponibilità a rimuovere il veto sul prestito europeo, restituendo a Bruxelles l’ottimismo perduto. Merz ha colto l’occasione per accelerare: “I fondi per gli aiuti militari devono essere erogati rapidamente. L’Ucraina ne ha urgente bisogno”.

Il pragmatismo non è una virtù assoluta.

La vicenda del Druzhba insegna qualcosa di scomodo: nella politica internazionale, avere ragione su un punto specifico non giustifica una postura complessiva. Orbán aveva ragione nel rivendicare gli interessi energetici ungheresi come variabile negoziale. Aveva torto, o quanto meno agiva in malafede, nel trasformare quella variabile in un ostacolo sistematico alla solidarietà europea verso un Paese sotto invasione.

Ora che Budapest cambia rotta e Kiev ripara il gasdotto, entrambe le parti ottengono quello che volevano. Ma il prezzo pagato in termini di tempo, coesione e credibilità dell’Europa resterà nel conto ancora a lungo.

foto thewhitehouse.gov