Operazione salva-Orbán: Trump manda Vance a Budapest
La Casa Bianca gioca la carta più pesante del mazzo. JD Vance atterrerà a Budapest martedì prossimo per quello che si preannuncia come il più esplicito intervento americano in una campagna elettorale europea degli ultimi anni. La missione, non dichiarata ma evidente, è una sola: tenere in sella Viktor Orbán in vista delle elezioni nazionali del 12 aprile.
Il premier ungherese è in affanno. I sondaggi mostrano un’ascesa costante di Péter Magyar, candidato dell’opposizione anti-corruzione, che punta a strappare Budapest al partito Fidesz dopo sedici anni di governo ininterrotto. Un’eventualità che Washington sembra determinata a scongiurare.
Washington scende in campo.
La visita di Vance, in programma per martedì e mercoledì, è stata presentata dal portavoce del governo ungherese Zoltán Kovács come una celebrazione dei “forti e duraturi legami” tra i due Paesi. Ma la tempistica, a sette giorni dal voto, parla da sola. Il vicepresidente incontrerà Orbán e terrà poi un discorso pubblico, trascinando di fatto Washington nell’ultimo rettilineo di una campagna elettorale rovente.
Non è la prima volta che l’amministrazione Trump ricorre a questo tipo di diplomazia elettorale. Un copione simile era già andato in scena in Argentina, dove funzionari americani, tra cui il segretario al Tesoro Scott Bessent, erano intervenuti a sostegno del presidente Javier Milei in vista delle elezioni di metà mandato, per consolidare la posizione di un alleato ideologico chiave nell’emisfero.
L’asse ideologico Washington-Budapest.
L’amministrazione considera il premier ungherese un modello politico per l’Europa: nazionalista, populista, critico dell’establishment di Bruxelles su migrazioni, rapporti con la Russia e diritti delle minoranze.
A febbraio, il segretario di Stato Marco Rubio aveva già parlato di “età dell’oro” nelle relazioni bilaterali durante una visita a Budapest. Vance, dal canto suo, era stato protagonista di un discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio dell’anno scorso, in cui aveva accusato i leader europei di ignorare la volontà popolare, manipolare elezioni e non arginare l’immigrazione irregolare.
Magyar avverte: “Ogni aiuto ha un prezzo”.
Non tutti guardano con favore all’arrivo del vicepresidente americano. Péter Magyar ha lanciato un avvertimento esplicito: la visita potrebbe comportare impegni non dichiarati, possibili concessioni militari o di altra natura che Budapest sarebbe chiamata a offrire in cambio del sostegno di Washington. “Sia gli aiuti orientali che quelli occidentali hanno un prezzo”, ha detto il candidato dell’opposizione, alimentando interrogativi su cosa gli Stati Uniti possano chiedere in cambio.
Un quadro che rende la visita di Vance qualcosa di più di una semplice stretta di mano tra alleati: è una posta geopolitica ad alto rischio, in un Paese al centro delle tensioni tra Est e Ovest, a pochi giorni da un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici dell’intera Europa centrale.
foto whitehouse.gov
