Ong in Israele e Territori palestinesi, scontro sulle nuove regole di registrazione.
Le nuove norme introdotte dal governo israeliano nel marzo 2025 sulla registrazione e sulla trasparenza delle organizzazioni non governative che operano in Israele, Gaza e Cisgiordania continuano a provocare tensioni diplomatiche con l’Unione europea. Le disposizioni, che prevedono tra l’altro l’obbligo di comunicare i dati del personale impiegato, hanno imposto alle Ong di adeguarsi entro la fine dello scorso anno.
Trentisette organizzazioni che non hanno rispettato i requisiti sono state informate della revoca delle licenze e dei permessi di lavoro a partire dal 1° gennaio 2026, con l’obbligo di cessare le attività entro il 1° marzo.
Le autorità israeliane sostengono che le misure mirano a garantire maggiore trasparenza e a impedire l’uso improprio dei canali umanitari da parte di soggetti collegati a organizzazioni terroristiche. Una posizione che ha sollevato forti critiche da parte di Bruxelles e delle agenzie umanitarie, preoccupate per l’impatto sull’assistenza alla popolazione civile.
Sulla vicenda è intervenuta l’eurodeputata Hildegard Bentele con un’interrogazione scritta alla Commissione europea, chiedendo chiarimenti sui rapporti tra l’Ue e le 37 Ong coinvolte e sull’eventuale utilizzo di fondi europei a loro favore. Nella risposta fornita a nome dell’esecutivo Ue, la commissaria Hadja Lahbib ha ricordato che nel 2025 Bruxelles ha destinato complessivamente 220 milioni di euro di aiuti umanitari a Gaza e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, portando a oltre 550 milioni il sostegno stanziato dal 2023. “Parte di queste risorse – spiega – è stata canalizzata proprio attraverso alcune delle organizzazioni oggi nel mirino delle nuove regole israeliane”.
La Commissione ha ribadito di lavorare con partner internazionali “affidabili e certificati” e di voler proseguire il sostegno finché questi saranno in grado di operare, anche in condizioni difficili. Bruxelles, inoltre, non intende sospendere i finanziamenti alle Ong internazionali che risultano ancora legalmente registrate presso l’Autorità palestinese, ritenendo che il quadro normativo imposto da Israele “non possa essere applicato nella sua forma attuale”.
In una dichiarazione congiunta del 6 gennaio 2026, ancora, l’Alto rappresentante Kaja Kallas e i commissari competenti hanno definito la cancellazione di 37 organizzazioni un “grave ostacolo” alla risposta umanitaria a Gaza. “L’Ue – si legge nella replica – continua a sollevare la questione con le autorità israeliane attraverso i canali diplomatici”. Ma, come noto, la possibilità dell’Ue di fare pressione sul governo di Tel Aviv è veramente risibile.
Bruxelles, però, ha chiesto di introdurre un sistema di registrazione basato su criteri “chiari ed equi, con oneri amministrativi minimi e procedure snelle di rinnovo, pienamente rispettoso del diritto umanitario internazionale e dei principi di neutralità e imparzialità”. Solo in questo modo, sostiene la Commissione, “sarà possibile garantire che gli operatori umanitari possano continuare a fornire assistenza a una popolazione già duramente colpita dal conflitto”.
Resta aperto il nodo del futuro dei finanziamenti europei qualora le revoche diventassero definitive: l’esecutivo Ue non esclude di riorientare le risorse verso partner alternativi che rispettino gli standard legali e di trasparenza.
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