10 Agosto 2026
EuropaPolitica

Nuovo bilancio Ue. I presidenti del PD sono smemorati?

A giudicare dalle dichiarazioni di Michele de Pascale e Alessio Mammi, rispettivamente presidente della Regione Emilia-Romagna e assessore ai Rapporti con l’Unione europea, sembrerebbe che in casa PD si sia diffusa un’epidemia di memoria corta. Dura la critica dei due esponenti dem alla nuova proposta di bilancio pluriennale della Commissione europea: “Inadeguata, miope e non coraggiosa”, attaccano, sottolineando il rischio di marginalizzazione delle Regioni e la pesante penalizzazione del settore agricolo.

Eppure, viene da chiedersi: dov’erano fino a ieri? Il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), di cui il PD è colonna portante, ha sostenuto senza battere ciglio la Commissione von der Leyen per due mandati consecutivi, appoggiandone linea politica, orientamenti economici e scelte strategiche – compresi quelli che ora vengono bollati come “gravissimi”.

Nel mirino dei due amministratori dem, in particolare, la creazione di un fondo unico tra PAC (Politica Agricola Comune) e risorse di coesione, operazione che “rischia di creare cortocircuiti” e “aumentare la burocrazia”. Il colpo più duro è però riservato al taglio del 20% ai fondi per l’agricoltura, una scelta definita “gravissima” e “incomprensibile”.

Una posizione che, almeno sulla carta, trova il sostegno del Comitato delle Regioni e anche di una parte dell’Europarlamento, con i gruppi S&D, PPE, Renew e Verdi pronti a chiedere modifiche sostanziali. Ma la domanda resta: se il bilancio von der Leyen è così disastroso, perché continuare a sostenere politicamente chi lo ha ideato e promosso?

Nel PD (e sfortunatamente non soltanti lì), quindi, si continua a dimenticare che la coerenza è una moneta sempre più rara, e che l’elettorato, pur bombardato da slogan e retorica, conserva ancora memoria e spirito critico. Criticare von der Leyen oggi dopo averne appoggiato ogni passo fino a ieri – senza mai mettere in discussione l’alleanza di maggioranza europea – appare più come un esercizio di tattica elettorale che di serietà politica.

Un po’ di onestà intellettuale, oltre che di coerenza, forse sarebbe il minimo sindacale.