Non è un problema di migranti. È un problema di Stato
C’è una narrazione che va per la maggiore, comoda e rassicurante nella sua semplicità: il migrante come minaccia, il migrante come causa della insicurezza, il migrante come nemico da respingere. È una narrazione che funziona benissimo nei comizi e pessimamente nella realtà, perché sposta l’attenzione dal vero problema: uno Stato che non funziona, e che non funziona esattamente allo stesso modo in cui non funziona con le politiche sociali, con il lavoro, con il sostegno alle imprese.
Prendiamo il caso di Monastir, in Sardegna. Un hotspot e un CAS che ospitano complessivamente circa 800 persone, sorvegliati da appena 12 agenti di polizia. Dodici uomini per ottocento persone. Nel frattempo, a Roma, non manca mai il personale per blindare il passaggio di questo o quel politico, per presidiare un evento, per garantire il cerimoniale di turno. La domanda, allora, non è “quanti migranti arrivano”, ma “perché lo Stato trova sempre le risorse per la forma e mai per la sostanza?”.
Il decoro che manca.
Siamo nel 2026, in un Paese europeo, e in un centro di accoglienza sardo le persone dormono all’addiaccio, in condizioni igieniche che non reggerebbero il confronto con nessuno standard minimo di civiltà. Non è populismo dirlo: è un dato di fatto, denunciato da mesi. L’associazione ANIP Italia Sicura segnala da tempo gravi mancanze nella struttura di Monastir: la promiscuità tra ospiti dell’hotspot e del CAS – categorie che per procedura e per ragioni di sicurezza non dovrebbero mai mescolarsi – e una vigilanza che, ad oggi, copre soltanto la fascia oraria dalle 18 alle 2 del mattino. Il resto della giornata, evidentemente, non fa parte del perimetro della sicurezza dello Stato.
A queste denunce, per mesi, non è arrivata alcuna risposta dal governo. Nessun intervento, nessun chiarimento, nessuna assunzione di responsabilità. Il silenzio, in questi casi, è la forma più eloquente di ammissione.
Lo Stato che non c’è.
Il punto, allora, non è tanto il fatto che i migranti arrivino – arrivano, e continueranno ad arrivare, sostenuti da reti di criminalità organizzata che gestiscono un traffico miliardario e su cui varrebbe la pena concentrare davvero gli sforzi repressivi. Il punto è che lo Stato italiano non è strutturato per gestire l’accoglienza, il monitoraggio e la sicurezza legati a questi arrivi. Non lo è a livello di personale, non lo è a livello di infrastrutture, non lo è a livello di procedure. Siamo, per usare un’espressione che rende bene l’idea, a livelli da “Scuola di polizia”: si naviga a vista, si tampona l’emergenza, si spera che nulla accada nelle ore in cui nessuno controlla.
E qui si chiude il cerchio con tutti gli altri fallimenti dello Stato italiano: le liste d’attesa infinite della sanità pubblica, la burocrazia che soffoca le imprese, un mercato del lavoro che non offre stabilità né prospettive. Non è un caso isolato quello di Monastir: è lo specchio di un apparato pubblico che arranca ovunque, e che sull’immigrazione trova semplicemente un terreno più facile per scaricare le proprie responsabilità su un capro espiatorio. Il vulnerabile, l’ultimo, il “migrante criminale”.
Il dito puntato nella direzione sbagliata.
I partiti, da destra a sinistra, hanno trovato nell’argomento immigrazione un bersaglio comodo: puntano il dito sul problema – il migrante che arriva – anziché sulla causa che genera quel problema – uno Stato incapace di organizzare, sorvegliare, gestire. È una scelta sciacallesca, prima ancora che stupida, perché sposta il dibattito pubblico dalla domanda che conta davvero: perché un Paese europeo nel 2026 non riesce a garantire condizioni dignitose e un minimo di sicurezza in un centro di accoglienza, quando invece trova sempre le risorse per blindare un red carpet politico?
Finché la discussione pubblica resterà ostaggio di questa narrazione, il problema reale – l’inefficienza cronica dello Stato nella gestione dei fenomeni migratori, così come di quasi ogni altro settore strategico del Paese – continuerà a restare in ombra. E a pagarne il prezzo, ancora una volta, saranno le persone più fragili: sia quelle che arrivano, sia quelle – cittadini e forze dell’ordine – che si trovano a gestire, con mezzi ridicoli, un sistema lasciato colpevolmente senza fondamenta.
E mentre a Monastir le strutture restano fatiscenti, il Governo Meloni stanzia 680 milioni per gli inutili Hub migranti in Albania.
