13 Agosto 2026
Europa

Netanyahu: “Abbiamo un piano pieno di sorprese per l’Iran”.

Benjamin Netanyahu non ha intenzione di fermarsi. Anzi, rilancia. In una conferenza stampa, il primo ministro israeliano ha promesso di continuare la guerra contro l’Iran “con tutta la forza disponibile”, rivendicando di avere in serbo “un piano pieno di sorprese” per scardinare il regime degli ayatollah.

“Israele ha cambiato il volto del Medio Oriente, come promesso dopo gli eventi del 7 ottobre, e ha cambiato anche sé stesso”, ha dichiarato Netanyahu, in quello che è suonato come un discorso trionfalistico destinato tanto al pubblico interno quanto alla comunità internazionale.

Una guerra senza precedenti.

Il contesto in cui arrivano queste parole è di una gravità straordinaria. Dal 28 febbraio scorso, Israele e gli Stati Uniti conducono attacchi coordinati sul territorio iraniano che hanno già causato centinaia di vittime. Tra i caduti figura lo stesso leader supremo Ali Khamenei, insieme a diversi alti funzionari della sicurezza, un fatto di portata storica che ha decapitato il vertice della Repubblica Islamica.

Teheran ha risposto con ondate di missili e droni puntati verso Israele. Ma la ritorsione iraniana non si è fermata ai confini israeliani: l’Iran ha colpito interessi americani e infrastrutture civili in Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Iraq, provocando morti, feriti e danni materiali significativi. I Paesi arabi colpiti hanno condannato duramente gli attacchi, chiedendone la cessazione immediata.

La promessa di Pezeshkian e la sua rapida smentita.

In questo scenario caotico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva aperto sabato mattina uno spiraglio diplomatico, dichiarando la volontà di fermare gli attacchi ai Paesi vicini a condizione che il loro territorio non venisse usato per colpire l’Iran. Un segnale interpretato da alcuni osservatori come un tentativo di spezzare l’isolamento regionale di Teheran.

Ma nel giro di poche ore, la realtà ha smentito le parole del presidente: i missili iraniani sono tornati a colpire Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati e Iraq. Un episodio che solleva interrogativi sulla reale capacità di Pezeshkian di controllare le fazioni militari e i Pasdaran, tradizionalmente autonomi rispetto alla presidenza e ora probabilmente in una fase di profonda destabilizzazione interna dopo la morte di Khamenei.

Il peso del 7 ottobre e il cortocircuito narrativo.

Netanyahu ha evocato ancora una volta il 7 ottobre 2023 come spartiacque storico che ha giustificato ogni scelta militare successiva. In quella data, Hamas e le fazioni palestinesi lanciarono l’operazione “Alluvione di Al-Aqsa”, attaccando basi militari e insediamenti israeliani. Israele rispose con una campagna militare su Gaza durata due anni, definita da numerose organizzazioni internazionali un massacro di proporzioni catastrofiche. Un cessate il fuoco fu raggiunto nell’ottobre 2025, ma le violazioni da parte dell’esercito israeliano non si sono mai fermate.

Il “piano pieno di sorprese”: una minaccia o una scommessa?

La frase più inquietante rimane quella sul “piano pieno di sorprese”. Netanyahu non ha fornito dettagli, e probabilmente era questo il suo scopo: alimentare l’incertezza strategica, tenere Teheran, e il mondo, in uno stato di attesa. È una tecnica che il premier israeliano conosce bene, ma che in questo momento si inserisce in un contesto esplosivo.

Con la leadership iraniana decapitata, i Paesi del Golfo sotto attacco, la Cina che chiede il cessate il fuoco e gli Stati Uniti militarmente coinvolti, il Medio Oriente vive la sua fase più pericolosa degli ultimi decenni. E Netanyahu, in questo caos, sembra voler dettare ancora lui i tempi e i modi del conflitto.

foto https://www.whitehouse.gov/