18 Luglio 2026
PoliticaSardegna

Neet e divari educativi: l’Italia resta tra gli ultimi in Europa, nonostante il calo.

Nel 2024, il 15,2% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni risultava Neet — cioè non impegnato in percorsi di studio, lavoro o formazione. Il dato è in leggero calo rispetto agli anni precedenti (16,1% nel 2023 e 19% nel 2022), ma resta una zavorra pesante: l’Italia è ancora seconda in Europa per incidenza del fenomeno, superata solo dalla Romania (19,4%).

Dietro questo numero, ricordano dalla Fondazione Openpolis, si nasconde molto più di una statistica: si intravede la fragilità di un sistema educativo che non riesce a orientare e valorizzare i giovani, e un mercato del lavoro che fatica a includerli. In mezzo, il rischio concreto che un’intera generazione resti esclusa dalle opportunità fondamentali per costruire un futuro.

Uno degli aspetti più preoccupanti è che il rischio di diventare Neet in Italia cresce anche tra i diplomati. Nel 2024, il 17,8% dei giovani con un diploma era fuori da scuola e lavoro, un dato superiore sia alla media nazionale (15,2%) che a quella europea per lo stesso segmento (11,3%). Paradossalmente, tra chi ha solo la licenza media l’incidenza è leggermente più bassa (13,3%), mentre scende all’11,8% tra i laureati.

Questo significa che il diploma non è più garanzia sufficiente di inserimento o di mobilità sociale, e suggerisce un problema di adeguamento tra formazione scolastica e competenze richieste dal mondo del lavoro.

A monte c’è un altro tema cruciale: l’insufficienza dell’orientamento scolastico, come rilevato anche da Almalaurea. Scelte affrettate, basate su informazioni parziali o influenzate da contesti familiari e culturali, finiscono spesso per indirizzare i ragazzi verso percorsi scolastici che non corrispondono né alle loro aspirazioni né alle esigenze del mercato del lavoro. La conseguenza? Più abbandoni, meno motivazione, meno competenze realmente spendibili.

Il fenomeno ha una forte connotazione territoriale. Le città — dove ci si aspetterebbe una maggiore offerta formativa e occupazionale — sono paradossalmente i luoghi in cui il fenomeno dei Neet è più grave. Nelle aree urbane densamente popolate, l’incidenza nel 2024 è salita al 16,3%, contro il 14,7% dei comuni a densità intermedia e il 14,4% di quelli rurali.

Ma è soprattutto il Mezzogiorno a trainare i numeri negativi. I dati comunali (aggiornati al 2020, ultimo anno disponibile a livello di dettaglio locale) mostrano una fotografia drammatica: a Catania, il 42% dei giovani tra 15 e 29 anni era Neet; a Palermo il 39,8%; a Napoli il 37,3%. Seguono Messina, Caltanissetta, Agrigento e Siracusa, tutte con valori sopra il 30%.

Al contrario, le città con i tassi più bassi si concentrano soprattutto nel Centro-Nord: Belluno (16,1%), Pesaro (16,4%), Rimini (17,3%) e Siena (17,6%).

L’Italia si è impegnata, come tutti i paesi Ue, a scendere sotto il 9% di Neet entro il 2030, nell’ambito del piano d’azione sul pilastro europeo dei diritti sociali. Un obiettivo che appare oggi molto lontano. I Paesi più virtuosi, come Paesi Bassi (4,9%), Svezia (6,3%) e Malta (7,2%), lo hanno già raggiunto.

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