12 Ottobre 2026
Politica

Musica tradizionale, il Consiglio regionale continua “a cantarsela e suonarsela”. Ecco la proposta di legge da 3 milioni: ma è questa l’urgenza della Sardegna?

Mentre l’isola fa i conti con problemi strutturali che attendono risposte da anni, la II Commissione del Consiglio regionale ha dedicato la seduta di questa mattina alla proposta di legge n. 153, primo firmatario il consigliere Salvatore Cau, con i colleghi Porcu e Cozzolino. Il testo mira a salvaguardare e valorizzare la musica tradizionale sarda.

Il provvedimento istituisce la Consulta della musica tradizionale sarda, organo composto da Regione, comuni interessati, università, conservatori, associazioni culturali e confraternite, con un sistema decisionale paritario che attribuisce a tutti i soggetti gli stessi poteri direttivi. Il coordinamento sarà nominato con decreto dell’Assessore regionale della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport, per un mandato di tre anni rinnovabile una sola volta.

La proposta promuove inoltre la trasmissione dei saperi, lo studio e la ricerca universitaria, con raccolta documentale, potenziamento dei corsi di etnomusicologia, borse di studio e dottorati. La Regione incentiverà anche una mediateca digitale sarda, con il patrocinio di atenei, conservatori, dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico e degli altri soggetti competenti. Le norme riguarderanno le cinque espressioni di tradizione orale già riconosciute dalla legge regionale del 3 luglio 2018 sulla politica linguistica: cantu a tenore, musica strumentale tradizionale, poesia d’improvvisazione, cantu a cuncordu e cantu a chiterra.

“Oggi si sente spesso parlare di Dop Economy nei settori dell’agroalimentare e delle viticolture: a me, tuttavia, piacerebbe estendere questo concetto anche all’ambito della cultura sarda.” ha sottolineato il Consigliere Salvatore Cau, primo firmatario dell’iniziativa. “Le nostre tradizioni musicali e canore rappresentano dei pilastri fondamentali della cultura e dell’identità sarda. Si tratta di un unicum a livello globale e noi vogliamo creare un impianto normativo strutturato che possa tutelarne l’autenticità e tramandare ai più giovani questa nostra grande ricchezza”.

Sul piano finanziario, gli oneri per il triennio 2026-2028 ammontano a un milione di euro l’anno, tre milioni complessivi. Ed è qui che la proposta si presta alle critiche di chi guarda all’agenda politica regionale con crescente scetticismo. L’iniziativa, come ricorda anche la pagina della attività legislativa della XVII Legislatura, conferma una tendenza decisamente insostenibile: una classe dirigente che, davanti a sanità in affanno, trasporti e continuità territoriale, spopolamento delle zone interne e carenza di lavoro, sceglie di impegnare tempo d’aula e risorse su interventi che, per quanto nobili, restano accessori rispetto all’emergenza quotidiana dei sardi.

La leggerezza, sta anche nella scelta di aggiungere un nuovo organo, con relative procedure e nomine (sanno fare altro in via Roma?), invece di rafforzare gli strumenti già esistenti. E l’idea di una “Dop” della cultura, in un’Isola incapace di produrre vera arte e più propensa a sostenere quella che lo stesso Carmelo Bene definiva “mediocrita”, suona come l’ennesimo slogan, la nuova proposta di legge che morirà in commissione permanente, presentata giusto per.

Infine, dato che non si propongono che le solite azioni onerose, di scarso impatto e calate dall’alto per i giovani sardi, come ricordano anche gli ultimi Newgens e altre menate partorite dalla macchina burocratico-politica regionale, sarà sempre più complesso raggiungere uno degli obiettivi della proposta di legge, ovvero “trasmettere alle nuove generazioni le tradizioni”. Con l’impianto attuale , andando oltre la retorica di “Ale e Desy”, sarà difficile stimolare l’interesse dei giovani sardi.