Monastir, verso l’ampiamento del CAS con nuove strutture modulari. Così “lo Stato” affronta l’emergenza. ANIP-Italia Sicura: “Cosa c’è dietro questo progetto?”
“Cui prodest? Chi trae vantaggio da un progetto che rischia di trasformare Monastir in una baraccopoli permanente?”. A chiederselo, mentre il Governo di Centrodestra di Giorgia Meloni si perde nella propaganda e nelle iniziative costose e di scarso impatto (come il bollo auto), è il sindacato ANIP-Italia Sicura, da mesi in prima linea per denunciare le tante falle nella gestione dei migranti a Monastir.
Un appello diretto, se mai sarà ascoltato dalle istituzioni nazionali, mirato a chiedere spiegazioni sulle ipotesi di ampliamento del Centro di accoglienza straordinaria (CAS) attraverso nuove strutture modulari.
“Perché invece di intervenire sui padiglioni già esistenti, bonificarli e ristrutturarli, si dovrebbe scegliere di realizzare nuove strutture? Ristrutturare ciò che già esiste non sarebbe forse molto più razionale ed economicamente sostenibile rispetto all’installazione di costosi moduli destinati, inevitabilmente, a deteriorarsi e a richiedere nel tempo manutenzione, sostituzioni e ulteriori interventi?”, si legge nella nota del segretario generale nazionale, Flavio Tuzi.
Una osservazione nel merito della questione, essendo già stati rilevati dei “primi segnali di cedimento” dei moduli recentemente installati, spiegano dall’ANIP-Italia Sicura.
“Se questa situazione sarà confermata dagli accertamenti, è necessario chiedersi: come si può pensare di risolvere strutturalmente il problema aumentando proprio questo tipo di insediamento? Se i moduli diventano la soluzione ordinaria, il rischio è evidente – prosegue Tuzi -: ciò che nasce come struttura provvisoria può trasformarsi progressivamente in una realtà permanente. E una struttura provvisoria, con il passare del tempo, diventa inevitabilmente una struttura che deve essere continuamente mantenuta, riparata e rinnovata. È così che nasce una baraccopoli”.
L’attuale capacità nominale a Monastir, vale la pena ricordarlo al “Governo della proganda e del bollo auto”, è di circa 390 posti nel CAS e 90 nell’Hotspot. Eppure oggi la presenza complessiva è arrivata frequentemente a circa 800 persone, oltre alle presenze non ufficialmente ricomprese nei conteggi che vengono segnalate nelle aree circostanti.
La storia della “Jungle di Calais” dovrebbe essere un monito, evidenzia ancora Flavio Tuzi: “Nel 2016 l’insediamento aveva raggiunto dimensioni enormi, con migliaia di persone prive di sistemazione. La Francia procedette allo smantellamento e il Regno Unito mise a disposizione ingenti risorse per contribuire alla gestione della situazione e impedire che il campo si ricostituisse. Prima che Monastir arrivi a quel punto, bisogna intervenire. Non dopo. Non quando il territorio sarà ormai abituato alla presenza di un insediamento permanente. Non quando smantellarlo costerà molto più di quanto sarebbe costato prevenire”.
Ma l’allarme riguarda anche la tenuta sociale del comune. Ieri sera davanti al centro si è registrato uno scontro violento tra giovani locali e ospiti del CAS, con lancio di pietre e bottiglie e successivo intervento delle Forze dell’ordine. Un episodio che, secondo l’associazione, non può essere marginalizzato. “Non si può aspettare che il conflitto sociale diventi incontrollabile per accorgersi che qualcosa non funziona. La popolazione deve essere ascoltata. I sindaci devono essere coinvolti. Le Forze dell’ordine devono essere messe nelle condizioni di operare in sicurezza. E ogni scelta che riguarda l’ampliamento del centro deve essere sottoposta a un’analisi seria dell’impatto sul territorio”.
La politica dell’accoglienza – si legge nella nota dell’ANIP-Italia Sicura – non può limitarsi ad aumentare continuamente i posti disponibili. Se si costruiscono nuovi spazi ogni volta che arrivano nuove persone, il messaggio che rischia di passare è: “Venite, c’è posto. Quasi un nuovo albergo gratuito nel cuore della Sardegna. Ma Monastir non può diventare un albergo. E soprattutto non può diventare la nuova baraccopoli del Sud Sardegna”
Da qui la richiesta dell’ANIP-ITALIA SICURA affinchè le istituzioni rendano pubblico il progetto relativo alle nuove strutture; il numero complessivo dei posti che si intende realizzare; i costi dell’intervento e della successiva manutenzione; la durata prevista delle strutture; il progetto complessivo per il futuro del CAS e dell’Hotspot.
