11 Settembre 2026
Sardegna

Monastir, 800 persone nell’Hotspot migranti. Ha senso la “fiducia istituzionale” nella Prefettura e nel Governo Meloni?

A Monastir l’Hotspot migranti, giorno dopo giorno, conferma criticità sempre maggiori. A evidenziarlo è l’ultima uscita della sindaca di Monastir Paola Ugas che ha chiesto oggi un confronto con le istituzioni. Ma, basterebbe conoscere la reale condizione di lavoro delle stesse forze dell’ordine operanti nel centro, per stigmatizzare quella che da mesi è una situazione fuori controllo.

Sono 800 le persone attualmente ospitate nel Centro di Accoglienza Straordinaria e nell’Hotspot di Monastir. Un numero insostenibile per la Ugas che richiede “un confronto con la Prefettura e con le istituzioni competenti”. “L’accoglienza è una responsabilità dello Stato”, scrive la prima cittadina, ponendo interrogativi legittimi: “Perché si è arrivati a 800 presenze? Qual è la capacità effettiva della struttura? Quali risorse sono state messe in campo?”.

Domande sacrosante. Ma che, alla luce di quanto emerso negli ultimi mesi, sollevano a loro volta un interrogativo di fondo: quanta fiducia istituzionale si può ragionevolmente riporre in un sistema che gli stessi operatori sul campo descrivono, ormai da tempo, come al collasso?

Non è la prima volta che Monastir finisce sotto i riflettori. Da quando, a metà giugno 2026, il centro è stato trasformato in Hotspot – Centro di Prima Accoglienza, i sindacati di polizia non hanno mai smesso di lanciare segnali d’allarme. Il Segretario Generale Nazionale di ANIP Italia Sicura, Flavio Tuzi, ha parlato di criticità organizzative, carenze di sicurezza e condizioni operative definite non più sostenibili, imputando il tutto a una gestione inefficace sin dalla trasformazione della struttura.

A fine giugno, ancora, il SIAP aveva già definito la situazione disastrosa e potenzialmente esplosiva, denunciando un hotspot creato sulla carta ma senza alcun lavoro di adeguamento. A inizio luglio è stato il Reparto Mobile di Cagliari a segnalare di essere allo stremo, con un organico ritenuto insufficiente a fronteggiare un centro che ospita oltre settecento persone tra CAS e Hotspot. Un mese fa, in un’intervista al podcast Sardegna Gol, il segretario regionale Anip Alessandro De Filippi ha raccontato di un presidio di fatto senza sorveglianza continuativa nelle ore notturne, e di un carabiniere aggredito in servizio, con trenta giorni di prognosi. E solo pochi giorni fa, il sindacato Anip ha tornato a denunciare che nel complesso sarebbero presenti circa 800 persone, a fronte di una struttura pensata originariamente per accoglierne circa 300.

Non si tratta, dunque, di una crisi improvvisa legata solo all’ultimo picco di sbarchi. È una criticità strutturale segnalata, con toni sempre più allarmati, da almeno tre sigle sindacali di polizia diverse (SAP, SIAP e ANIP) nell’arco di oltre due mesi.

Le risorse ci sono, ma dove sono finite?

Resta poi il nodo delle risorse. Il governo Meloni ha destinato ingenti fondi al sistema di gestione dei flussi migratori: solo per il protocollo Italia-Albania, la costruzione e la gestione dei centri hanno un costo complessivo stimato in circa 680 milioni di euro, suddivisi tra il 2024 e il 2028. Si tratta di una cifra che dà la misura degli investimenti complessivi messi in campo a livello centrale sul fronte dell’accoglienza e del contrasto ai flussi irregolari.

Ed è proprio questo il paradosso che il caso sardo mette a nudo: mentre altrove si discute di centinaia di milioni di euro stanziati per strutture all’estero, a Monastir – secondo quanto raccontano da settimane i sindacati di polizia – mancherebbero le condizioni minime di funzionamento quotidiano: presidi h24 adeguati, un sistema di controllo puntuale degli ingressi e delle uscite dalla struttura, persino strutture di base per il personale impegnato sul campo, come bagni e ripari per proteggersi dal sole.

Un contrasto che la sindaca Ugas, nella sua nota, sembra solo sfiorare, dall’alto del “rispetto e della fiducia istituzionale”, ma che meriterebbe di essere posto al centro del confronto che lei stessa chiede con la Prefettura. Quanto ancora si può attendere? Quanto ancora la retorica istituzionale può portare ogni processo a finire in un nulla di fatto o, peggio, continuare con la logica dell’emergenza?

La domanda che resta aperta.

Ugas ha ragione a chiedere ascolto per il territorio. Ma il punto è se un confronto con la Prefettura possa bastare, quando lo stesso Ministero dell’Interno, più volte sollecitato dai sindacati con richieste di rinforzi e dossier fotografici destinati proprio al Viminale, non pare finora aver dato risposte risolutive.

La sindaca chiede “una gestione adeguata” e “il rafforzamento delle condizioni di sicurezza”: sono esattamente le stesse richieste che i rappresentanti delle forze dell’ordine avanzano, senza esito, da mesi.

Forse la domanda da porre alla Prefettura, prima ancora che “perché si è arrivati a 800 presenze”, è un’altra: perché, nonostante gli allarmi ripetuti e documentati dagli stessi operatori dello Stato, non è ancora arrivata una risposta strutturale?

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