5 Settembre 2026
Sardegna

Moda e sostenibilità, il 41% delle aziende non è in linea con la normativa EPR

A pochi mesi dall’entrata in vigore della normativa italiana sulla Responsabilità Estesa del Produttore nel settore tessile, il quadro che emerge è preoccupante: quattro aziende su dieci non sanno ancora se la nuova disciplina le riguardi. Eppure, tra queste, sette su dieci sono effettivamente coinvolte in quanto produttrici. È quanto rivela il test di autovalutazione promosso dal Consorzio Ecotessili e condotto nel primo quadrimestre del 2026 su un campione di imprese manifatturiere e della distribuzione attive nei settori abbigliamento, calzature, tessile per la casa e accessori.

Che cos’è l’EPR tessile?

La Responsabilità Estesa del Produttore (Extended Producer Responsibility) è il principio in base al quale produttori, brand, importatori e distributori di prodotti tessili diventano responsabili anche della gestione dei capi a fine vita, finanziando raccolta, riuso, riciclo e smaltimento attraverso i sistemi consortili. Previsto dall’Unione Europea nell’ambito delle politiche di economia circolare, il modello punta a ridurre l’impatto ambientale del settore incentivando prodotti più durevoli e riciclabili. In Italia il sistema è in attesa del decreto attuativo.

Lo stato dell’arte in Italia.

Secondo le ultime dichiarazioni del Ministero dell’Ambiente (MASE), il decreto che introdurrà l’EPR per il tessile è atteso entro la fine dell’anno. Il tempo stringe, ma la preparazione delle imprese è ancora largamente insufficiente.

“Abbiamo voluto mettere a disposizione delle imprese uno strumento semplice per capire quanto sono preparate ad affrontare un cambiamento che impatterà su tutta la filiera”, spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecotessili. “Le prime risposte indicano che la preparazione è ancora parziale, ma le aziende sono consapevoli delle proprie lacune e chiedono di essere formate e informate”.

A rispondere al test sono state in prevalenza piccole e medie imprese (80%), con sede soprattutto nel Nord e Centro Italia: un dato che ridimensiona l’idea che l’EPR riguardi solo i grandi brand. Circa la metà lavora in conto terzi, il 30% produce anche o esclusivamente a marchio proprio, il 20% importa dall’estero. Il 45% opera sui mercati esteri, elemento rilevante perché la normativa risponde a una direttiva europea destinata a estendersi progressivamente a tutti i Paesi dell’Unione.

Sul piano della conoscenza, i numeri parlano chiaro: l’85% delle aziende dichiara di aver sentito parlare di EPR, ma nessuna afferma di conoscerla in modo approfondito, e più di una su sei ne è totalmente all’oscuro. Tra gli obblighi concreti, il 77% sa che sarà necessario iscriversi a un consorzio, il 57% conosce l’obbligo di dichiarazione periodica, ma solo la metà ha sentito parlare dell’eco-contributo. Il passaporto digitale di prodotto è noto quasi a tutti, ma in pochissimi ne comprendono realmente le implicazioni operative.

“Manca ancora una visione completa, soprattutto su strumenti come il contributo ambientale e le sue modalità di applicazione”, osserva Dezio. “Solo il 30% sa cosa si intende per eco-modulazione”. A complicare il quadro, il 40% delle aziende dichiara di non conoscere il ruolo dei consorzi, il che spiega in parte l’incertezza diffusa sul proprio coinvolgimento nel sistema.

“L’introduzione della norma è imminente – conclude il direttore generale – ed è fondamentale avviare per tempo un percorso di avvicinamento”.