5 Settembre 2026
PoliticaSardegna

Mobilità in deroga: è arrivato il momento di superare l’assistenzialismo in Sardegna?

La mobilità in deroga è stata per anni uno degli strumenti più utilizzati per sostenere i lavoratori rimasti senza occupazione nelle aree colpite da crisi industriali profonde. Un ammortizzatore sociale straordinario (viene concesso fuori dalle regole normali in caso di crisi economiche ed emergenze occupazionali), nato per offrire un reddito temporaneo a chi non poteva accedere alle misure ordinarie, e che in Sardegna ha rappresentato una rete di sicurezza per centinaia di famiglie delle aree industriali di Portovesme e Porto Torres.

Oggi, però, la misura torna al centro del dibattito dopo la decisione del Governo di non rifinanziarla per il 2026: una scelta confermata dall’ultima legge di Bilancio e da una circolare ministeriale del 10 febbraio, che secondo la Regione Sardegna lascerebbe senza sostegno oltre 300 famiglie.

Una misura nata per le emergenze.

La mobilità in deroga non è un sussidio ordinario. È uno strumento “eccezionale”, pensato per intervenire quando gli ammortizzatori tradizionali non bastano, soprattutto nelle aree di crisi industriale complessa. Negli anni ha garantito una continuità di reddito a lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, spesso in territori segnati da chiusure di stabilimenti e riconversioni mai completate.

Secondo la normativa nazionale, la misura è stata più volte prorogata proprio per accompagnare i piani di recupero occupazionale nelle aree più fragili. Piani, vista la cronaca quotidiana, che non sono serviti evidentemente.

La denuncia della Regione Sardegna.

L’assessora regionale del Lavoro, Desirè Manca, esponente di un Esecutivo che in due anni ha capitalizzato poco e nulla sul fronte delle politiche attive del lavoro, ha parlato apertamente di una scelta politica che penalizza le fragilità sociali dell’Isola: “Oltre 300 famiglie vengono lasciate senza alcun sostegno”, ha dichiarato, sottolineando come la mancata copertura finanziaria rischi di aggravare una situazione già segnata da anni di crisi industriale e desertificazione produttiva.

Assistenza o immobilismo?

Al di là dello scontro politico, la questione solleva un interrogativo più profondo: la mobilità in deroga è ancora una risposta efficace o rischia di diventare l’ennesimo strumento di assistenzialismo cronico?

Da un lato, nessuno può ignorare il peso sociale di una decisione che colpisce famiglie già fragili, soprattutto in territori dove le opportunità di lavoro restano limitate. Il sostegno al reddito rappresenta spesso l’unico argine contro l’esclusione sociale.

Dall’altro lato, cresce la convinzione – supportata dalla richiamata cronaca quotidiana – che il prolungarsi di misure emergenziali possa trasformarsi in una trappola: un sistema che, pur nato con intenti solidali, rischia di mortificare la professionalità delle persone, mantenendole in una condizione di sospensione permanente tra sussidio, corsi di formazione (buoni a foraggiare il retorico sistema della formazione locale) e attesa di un lavoro che non arriva.

Il nodo delle politiche attive.

La vera questione, forse, non è se abolire o rifinanziare la mobilità in deroga, ma cosa mettere al suo posto.

Per anni l’Italia ha scelto di tamponare le crisi con strumenti assistenziali, spesso prorogati di anno in anno. Ma i territori colpiti chiedono politiche industriali concrete: investimenti, riconversione reale, formazione mirata e nuovi insediamenti produttivi. Non soltanto trasferimenti economici e politiche fallimentari.

L’assistenza economica può essere una risposta necessaria nell’emergenza, ma difficilmente può rappresentare una strategia di lungo periodo, rappresentando, inoltre, un costo sociale ed economico che diventa sempre più difficile da sostenere.

Una domanda aperta.

La cancellazione della mobilità in deroga riapre dunque una domanda scomoda ma inevitabile: è arrivato il momento di superare la logica dell’assistenzialismo, puntando su politiche che restituiscano centralità al lavoro e alla dignità professionale?

Continuare a finanziare strumenti emergenziali senza una strategia industriale rischia di essere una sconfitta per tutti: per i territori, per i lavoratori e per lo Stato.

foto di Hands off my tags! Michael Gaida da Pixabay.com