5 Settembre 2026
Politica

Migrazione e sviluppo: l’idea del “Diaspora Hedge Fund” torna d’attualità dopo trent’anni

Esiste un’idea per la prevenzione della migrazione, nata quasi trent’anni fa in un piccolo ufficio di Vienna, che secondo il suo ideatore potrebbe oggi trovare finalmente le condizioni giuste per essere realizzata. A rilanciarla è il professor Anis H. Bajrektarevic, in un saggio che ripercorre la genesi di quello che ha chiamato “Diaspora Hedge Fund” e ne spiega la logica alla luce del mutato contesto internazionale.

Le origini: l’economia della prevenzione.

L’idea affonda le radici negli anni della fondazione dell’International Centre for Migration Policy Development (ICMPD) di Vienna, quando Bajrektarevic lavorava a stretto contatto con il fondatore dell’istituto, il funzionario svedese Jonas Widgren, e con l’ex ministro degli Esteri austriaco Willibald Pahr. In quel contesto, racconta l’autore, maturò un’osservazione che si sarebbe rivelata decisiva: quella che definisce “l’economia della prevenzione”.

L’esempio citato riguarda la Slovenia, che a metà degli anni ’90 fermava ogni anno circa 3.000 cittadini romeni che tentavano di attraversare illegalmente il confine con l’Italia diretti verso l’Europa occidentale. I costi amministrativi di fermo, identificazione e rimpatrio si aggiravano attorno alle 1.600 marchi tedeschi a persona, per una spesa complessiva vicina ai cinque milioni di marchi l’anno, solo per un Paese di provenienza. La domanda che ne scaturì fu semplice: quelle stesse risorse, se investite in occupazione, formazione professionale, piccola impresa, agricoltura o infrastrutture nei Paesi d’origine, non avrebbero prodotto un effetto più duraturo?

Da qui la convinzione che sia rimasta con lui negli anni: separare politica migratoria e politica di sviluppo significa condannare entrambe al fallimento.

Dalla gestione dei flussi alla “capitalizzazione” della migrazione.

Secondo l’autore, la politica migratoria europea ha attraversato diverse fasi: dal controllo delle frontiere degli anni ’90, alla più ampia gestione della mobilità legale e dell’integrazione sviluppatasi dopo Maastricht e Copenaghen. “Manca ancora, sostiene Bajrektarevic, una terza fase: quella della “capitalizzazione” della migrazione, intesa non solo in senso finanziario. Chi migra, spiega, non porta con sé soltanto la propria forza lavoro, ma anche capitale, competenze, esperienza professionale, imprenditorialità, reti e memoria istituzionale”.

Come funzionerebbe il fondo?

Il meccanismo proposto da Bajrektarevic si basa su quattro elementi: il capitale della diaspora, la finanza multilaterale per lo sviluppo, le priorità nazionali di sviluppo del Paese d’origine e una gestione professionale degli investimenti.

Il governo del Paese individuerebbe le priorità e fornirebbe le necessarie garanzie istituzionali; la diaspora metterebbe a disposizione capitale “catalitico”, potenzialmente raddoppiato attraverso un ente di sviluppo multilaterale o regionale; un’istituzione finanziaria di sviluppo si occuperebbe della due diligence e del rispetto degli standard fiduciari; le imprese produttive e le comunità locali ne trarrebbero infine beneficio diretto. L’ingrediente essenziale, sottolinea l’autore, resta la fiducia: “Le comunità della diaspora avrebbero spesso sia la volontà sia la capacità di investire nei propri Paesi d’origine, ma mancherebbe loro un quadro istituzionale che garantisca una gestione trasparente e al riparo da interferenze politiche”.

Dalle rimesse all’investimento strategico.

Il punto centrale della proposta è che le rimesse , già uno dei flussi finanziari più consistenti e affidabili legati alla migrazione , restano oggi in gran parte frammentate in milioni di transazioni individuali destinate al consumo familiare, mentre il loro potenziale come capitale organizzato per lo sviluppo resterebbe largamente inutilizzato. La sfida, secondo Bajrektarevic, non sarebbe reindirizzare le rimesse per via amministrativa, ma creare un meccanismo attraente e affidabile attraverso cui chi lo desidera possa investire collettivamente e con finalità di sviluppo.

Un esempio concreto: i Balcani.

A titolo esemplificativo, Bajrektarevic cita il caso della diaspora bosniaca: solo in Austria risiederebbero oltre 220mila cittadini bosniaci documentati. Se ciascuno contribuisse con appena dieci euro al mese , il prezzo di un caffè e una fetta di torta , si genererebbero oltre due milioni di euro mensili dalla sola comunità austriaca, con una stima complessiva di circa 25 milioni di euro annui dall’intera diaspora bosniaca in Europa, e un potenziale, se opportunamente moltiplicato attraverso le istituzioni finanziarie di sviluppo, fino a 600 milioni di euro l’anno. Il punto, precisa l’autore, non sarebbe la cifra esatta, ma il principio: “Il capitale per lo sviluppo non deve necessariamente partire da miliardi, può nascere dalla partecipazione e dalla fiducia”.

Perché proporlo oggi?

Secondo Bajrektarevic, il contesto attuale è profondamente diverso rispetto agli anni ’90: le comunità della diaspora sono oggi più numerose, meglio connesse professionalmente e finanziariamente più sofisticate, mentre gli strumenti digitali e di finanza inclusiva hanno reso concretamente possibile una raccolta di capitali su base collettiva. Le banche multilaterali di sviluppo dispongono inoltre di strumenti sofisticati per la valutazione dei progetti e la finanza mista.

“La domanda, conclude l’autore, non è più se le comunità della diaspora dispongano di risorse né se le istituzioni finanziarie di sviluppo abbiano gli strumenti per mobilitarle. La vera questione è se queste due realtà possano finalmente essere collegate attraverso un’istituzione capace di conquistare la fiducia degli investitori della diaspora, restando al contempo allineata alle priorità di sviluppo dei Paesi d’origine”.