Migrazione e narrativa destroide. Il capro espiatorio che non regge i numeri
Anche gli ultimi dati Istat sulle migrazioni 2024-2025 raccontano una storia molto diversa da quella che gran parte del dibattito pubblico italiano continua a raccontarsi. Nel 2025, la crescita è dovuta quasi interamente al contenimento delle partenze degli italiani, non a un’invasione di ingressi stranieri, che anzi diminuiscono (-2,5%). Numeri piatti, aridi, che smentiscono nei fatti la narrazione dell'”assedio” con cui buona parte della politica sovranista continua a costruire consenso.
Un’emergenza che non c’è nei numeri.
Se si guarda con onestà intellettuale ai dati, l’immagine che ne esce non è quella di un’Italia sommersa, ma di un Paese che perde pezzi di sé , giovani, laureati, capitale umano, e che viene tenuto in piedi, letteralmente, dalla manodopera straniera.
Il Mezzogiorno, per esempio, perde 150mila giovani laureati tra il 2019 e il 2025; il saldo dei giovani italiani laureati con l’estero è negativo di 78mila unità nello stesso periodo. Se non fosse per il saldo positivo di 88mila giovani laureati stranieri, il bilancio complessivo del capitale umano qualificato italiano sarebbe ancora più critico. Non è la narrazione della “sostituzione etnica” che ha invaso i talk show e certi comizi: è l’esatto contrario. Sono gli stranieri, semmai, a sostituire , nel senso letterale di “colmare il vuoto lasciato da” , gli italiani che se ne vanno.
Chi tiene in piedi l’economia reale?
Se dai flussi migratori si passa al mercato del lavoro, il quadro diventa ancora più netto. Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre, nel 2025 le assunzioni previste di lavoratori stranieri sfiorano 1,36 milioni, pari al 23% del totale: un neoassunto su quattro in Italia non è italiano. In agricoltura la quota sale quasi alla metà delle nuove assunzioni (42,9%), nel tessile-abbigliamento-calzature al 41,8%, nelle costruzioni al 33,6%. La ristorazione, da sola, assorbe oltre 231mila nuovi ingressi stranieri tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti e camerieri. Il settore agricolo, secondo il Crea, oggi conta su lavoratori stranieri per circa un terzo della propria forza lavoro salariata, contro un quarto di appena dieci anni fa.
Ma è forse sul fronte dell’assistenza che il paradosso si fa più stridente. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del pianeta, e la cura dei suoi anziani si regge quasi interamente su manodopera straniera: le badanti rappresentano oggi circa il 77% del lavoro domestico di assistenza familiare, in gran parte donne provenienti dall’Est Europa. Senza quella rete, silenziosa e spesso irregolare, un pezzo enorme del welfare familiare italiano , quello che lo Stato non fornisce, o fornisce in modo largamente insufficiente , smetterebbe semplicemente di funzionare. Le stesse associazioni di categoria parlano apertamente di rischio di “implosione del sistema dell’assistenza familiare” in assenza di un ricambio generazionale che, tra gli italiani, semplicemente non esiste più.
Il turismo e l’industria: un Paese che non si regge da solo.
Allargando lo sguardo al turismo e all’industria, il discorso non cambia: pulizie, logistica, trasporti, manifattura leggera sono comparti in cui l’incidenza della manodopera straniera è ormai strutturale, non emergenziale. Non si tratta di “rubare il lavoro agli italiani”, come vuole dimostrare un certo afflato propagandistico, ma di occupare posizioni che il mercato del lavoro italiano, tra bassa natalità, fuga dei giovani e rifiuto di certe condizioni contrattuali, non riesce più a coprire con manodopera nazionale. Bloccare oggi, per decreto o per propaganda, l’apporto della manodopera straniera in questi settori non “restituirebbe lavoro agli italiani”: produrrebbe semplicemente un collasso operativo in agricoltura, ristorazione, assistenza e industria leggera, con effetti economici ben più gravi di qualunque presunta minaccia identitaria.
Il vero problema non sono gli immigrati ma lo Stato che non funziona e che vive di retorica.
A questo punto la domanda da porsi è un’altra, e più scomoda per chi governa a ogni livello, da decenni: perché uno Stato che non riesce a garantire assistenza agli anziani, che non investe adeguatamente nella sanità territoriale, che lascia il Mezzogiorno senza lavoro qualificato per i propri laureati, che non sostiene le imprese e che non prova a trattenere i propri giovani, dovrebbe essere assolto, mentre il capro espiatorio diventa chi arriva da fuori a colmare quei vuoti?
La deriva xenofoba che periodicamente riemerge nel dibattito pubblico italiano, cavalcata da una parte consistente delle forze sovraniste e nazionaliste, non nasce da un’emergenza reale misurabile nei dati: nasce, semmai, dalla convenienza politica di offrire un nemico semplice, visibile, diverso da sé, a una popolazione esasperata da problemi strutturali , stipendi bassi, servizi pubblici insufficienti, sanità e assistenza sociale in affanno , che quello stesso ceto politico non ha voluto, o non è stato capace, di risolvere in decenni di governo, a livello nazionale, regionale e comunale.
È molto più facile, infatti, indicare lo straniero che ruba il lavoro, invece di ammettere che il lavoro manca perché lo Stato non ha investito in formazione, innovazione e produttività. È più facile parlare di “invasione”, quando i dati dicono che gli ingressi calano, piuttosto che spiegare perché un giovane laureato di Reggio Calabria o Potenza debba andarsene a Milano o a Londra per trovare un lavoro all’altezza del proprio titolo di studio.
In questo senso, l’analfabetismo critico diffuso nella popolazione , la difficoltà, cioè, di leggere un dato statistico, di distinguere una percezione da un fatto, di collocare una notizia in un contesto più ampio , diventa un alleato prezioso per chi costruisce consenso sulla paura piuttosto che sulla proposta. Non è un caso che le narrazioni più aggressive sull’immigrazione prosperino proprio dove l’offerta politica su lavoro, sanità, scuola e welfare è più povera: il capro espiatorio funziona infatti meglio quando nessuno ha voglia, o strumenti, per controllare i numeri.
Resta, indubbiamente, il tema della sostenibilità dei servizi pubblici in presenza di flussi elevati, la necessità di proteggere canali di ingresso regolari e programmati per evitare lavoro nero e sfruttamento, e la sicurezza urbana legata a specifiche fasce di irregolari. Ma su questi punti è lo Stato che deve funzionare, piuttosto che giusiticare le proprie mancanze con la sempre meno sostenibile retorica istituzionale “identitaria e allarmistica”.
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