Migrazione e fondi UE al Marocco: Bruxelles smetta di finanziare chi calpesta lo Stato di diritto
Due interrogazioni presentate al Parlamento Europeo nei primi giorni di settembre riportano al centro del dibattito comunitario un nodo che da tempo divide le istituzioni europee: fino a che punto Bruxelles può continuare a finanziare Paesi terzi senza pretendere, in cambio, il rispetto effettivo dello Stato di diritto e della dignità umana?
Il caso Marocco: 160 milioni di euro a un “attore ostile”.
La prima interrogazione, depositata il 3 settembre dall’eurodeputato spagnolo Jorge Buxadé Villalba (Patrioti per l’Europa), punta il dito contro i finanziamenti destinati al Marocco nell’ambito della strategia migratoria dell’Unione. Nel testo si ricorda come, rispondendo a una precedente interrogazione parlamentare, il commissario Brunner abbia riconosciuto lo scorso luglio l’intenzione della Commissione di erogare 160 milioni di euro fino al 2027 a sostegno della strategia nazionale marocchina in materia di immigrazione e asilo.
Una cifra che si aggiunge a un flusso finanziario ben più consistente: secondo dati OCSE e della stessa Commissione, l’UE avrebbe trasferito al Marocco quasi 10 miliardi di euro in sovvenzioni dirette, ai quali si sommano 11,5 miliardi di euro in prestiti agevolati della BEI e ulteriori strumenti come gli accordi commerciali preferenziali.
Il punto sollevato dall’interrogazione è però un altro, e assai più grave: secondo l’eurodeputato, il Marocco si sarebbe comportato “come un attore ostile nei confronti degli interessi europei, arrivando a condurre – secondo fonti di polizia citate nel testo – un vero e proprio attacco ibrido contro la Spagna, partecipando all’invasione della città di Ceuta, dove si sono verificate aggressioni fisiche e sessuali ai danni della popolazione civile”.
Di fronte a quello che l’interrogazione definisce senza mezzi termini un “atto di guerra”, Buxadé Villalba chiede alla Commissione se tutte le linee di bilancio destinate al Marocco, compresa la strategia migratoria, siano state cancellate; quali strumenti legali possano essere attivati per recuperare i fondi già erogati, palesemente non coerenti con gli obiettivi di finanziamento dell’Unione; e quali sanzioni – su visti speciali, politica commerciale e cooperazione – siano allo studio.
Il caso Africa: fondi europei senza condizionalità sui diritti religiosi.
La seconda interrogazione, presentata il 2 settembre dall’eurodeputato polacco Arkadiusz Mularczyk (ECR), sposta l’attenzione sul partenariato UE-Africa e sui fondi ingenti destinati alla cooperazione allo sviluppo, denunciando l’assenza di meccanismi realmente efficaci di tutela dei diritti fondamentali , a partire dalla libertà religiosa.
Nel testo si evidenzia come, in diversi Paesi africani, violenza, discriminazione e persecuzione su base religiosa colpiscano in modo particolare le minoranze, incluse le comunità cristiane e i loro figli, attraverso violenze fisiche, rapimenti, sfollamenti forzati, restrizioni all’accesso all’istruzione e una diffusa impunità per i responsabili. Un quadro che, secondo l’eurodeputato, dovrebbe imporre all’Unione , in quanto tra i principali partner finanziari e di sviluppo del continente , di condizionare concretamente l’erogazione dei fondi a progressi verificabili sul fronte dei diritti umani.
Mularczyk chiede quindi alla Commissione se sia disposta a subordinare l’assegnazione o l’erogazione di parte dei fondi UE a progressi reali in materia di libertà religiosa e di protezione effettiva delle minoranze perseguitate e dei minori; se intenda adottare indicatori specifici e misurabili , dal livello di violenza a matrice religiosa al numero di procedimenti penali contro i responsabili, dalla protezione dei luoghi di culto all’accesso scolastico dei bambini; e quali conseguenze finanziarie preveda per gli Stati che violano sistematicamente la libertà religiosa o non proteggono le minoranze perseguitate, ipotizzando la possibilità di ridurre, sospendere o reindirizzare parte degli aiuti direttamente alle organizzazioni che assistono le vittime.
Un problema strutturale, non un caso isolato.
Le due interrogazioni, pur riguardando contesti geografici e temi diversi , la sicurezza dei confini nel primo caso, la libertà religiosa nel secondo , convergono su una critica di fondo sempre più ricorrente tra le fila conservatrici e sovraniste del Parlamento Europeo: l’idea che l’Unione continui a erogare somme miliardarie a Paesi terzi senza un sistema di monitoraggio realmente vincolante, e senza che il rispetto dello Stato di diritto e della dignità umana costituisca una condizione effettiva, e non solo formale, per l’accesso ai fondi comunitari.
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