Migranti usati come arma ibrida: limiti delle misure di deterrenza Ue
Di fronte al crescente uso strumentale dei flussi migratori da parte di alcuni attori statali come strumento di pressione politica e destabilizzazione, la Commissione europea conferma il proprio impegno a sostenere gli Stati membri nella gestione delle frontiere, ma ricorda anche che ogni misura adottata deve restare entro i limiti del diritto europeo.
Nel corso di un’audizione della Commissione speciale sullo “Scudo per la democrazia europea”, tenutasi lo scorso 2 giugno, un rappresentante di Frontex ha riconosciuto il ricorso alla cosiddetta “migrazione armata” da parte di Paesi come Russia e Bielorussia. Tuttavia, l’intervento non ha chiarito la posizione operativa dell’Agenzia rispetto alla risposta degli Stati membri, in particolare sull’uso di barriere fisiche o altre forme di deterrenza attiva.
La questione è stata ripresa in un’interrogazione parlamentare dell’eurodeputata Christine Anderson (ESN), che ha sollecitato la Commissione anche sul possibile coinvolgimento di altri Paesi, come la Turchia o alcuni Stati del Nord Africa.
La replica dell’esecutivo europeo, firmata dal commissario Magnus Brunner, ribadisce che la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico spetta ai singoli Stati membri. Tuttavia, in linea con la comunicazione della Commissione del dicembre 2024, viene precisato che qualsiasi misura eccezionale contro la weaponisation dei flussi migratori deve essere temporanea, proporzionata e strettamente necessaria, nel rispetto dei diritti fondamentali, incluso quello di richiedere asilo.
La Commissione ha inoltre chiarito che Frontex non ha il mandato per costruire o rafforzare barriere fisiche lungo i confini europei. L’agenzia di frontiera, spiega Bruxelles, può intervenire solo su richiesta di uno Stato membro e in base al proprio mandato operativo, per garantire la sicurezza delle operazioni e una gestione efficace delle frontiere esterne dell’Unione.
Quanto al riconoscimento di schemi simili da parte di altri Paesi oltre a Russia e Bielorussia, la Commissione ha evitato di pronunciarsi apertamente, mantenendo una posizione prudente sul coinvolgimento di altri attori statali. Una scelta che, in un contesto geopolitico sempre più teso, potrebbe alimentare il dibattito sulla necessità di un approccio europeo più incisivo e coordinato alla sicurezza delle frontiere.
